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Due visioni economiche

Domenico MamoneNei giorni scorsi, promosso dall’Istituto Leone XIII, s’è svolto a Milano un incontro sull’Europa che ha visto di fronte, tra gli altri, Mario Monti e Claudio Borghi, due economisti agli antipodi praticamente su tutto, dall’euro all’austerity.

Un po’ come per Bartali e Coppi, l’Italia si divide anche sulla visione economica. Dove entra in gioco il travagliato rapporto con l’Europa, considerata – a secondo dei punti di vista – madre e matrigna.

I montiani sostengono che soltanto con i conti in ordine, cioè abbattimento del debito pubblico, spending review e politiche di austerity, il nostro Paese possa riprendersi. Visione classicamente europeista, alle prossime elezioni condivisa principalmente dal centrosinistra del Pd e di +Europa.

Idea totalmente opposta è quella dei borghiani: in periodo di recessione, secondo i sovranisti, occorre allargare i cordoni della borsa per far ripartire l’economia. Ed è quello che sta facendo l’attuale governo gialloverde e che costituisce uno dei punti programmatici per le prossime elezioni europee della destra della Lega e di Fratelli d’Italia.

Se esistesse una ricetta inconfutabilmente valida, ovviamente non staremmo qui a discutere. Di certo entrambe le posizioni presentano più di qualche debolezza se applicate in un Paese come il nostro dove i problemi vengono soprattutto da altro.

Da dove? Innanzitutto abbiamo un retaggio storico di sprechi, depredazioni e privilegi che ha determinato il più alto debito pubblico d’Europa. E questo è il principale dei problemi perché abbiamo una zavorra di interessi sul debito che pesa su ogni manovra.

Non possiamo certo dimenticare quello che è successo, ad esempio, negli anni Ottanta: le colossali opere inutili per favorire i soliti nomi della lobby del cemento (e dei partiti); i pensionati appena quarantenni; i politici supercorrotti. Le conseguenze le stiamo pagando oggi e le subiranno soprattutto le giovani generazioni. Ed è un po’ quello che è accaduto in Grecia.

A ciò si sommano altri emblematici elementi: il più alto tasso di analfabetismo funzionale (siamo ultimi in Europa per lettura di notizie, agli ultimi posti per percentuale di laureati così come per investimenti in ricerca e innovazione), un indice-record per corruzione, criminalità organizzata ed evasione fiscale, fenomeni molto spesso interconnessi. E potremmo continuare citando il clientelismo (che produce anche voti di scambio), la burocrazia asfissiante e i tanti altri mali che affliggono da tempo il nostro Belpaese.

E allora?

Se si può trovare un comune denominatore tra i due economisti e se dovessimo far loro una domanda, sarebbe proprio l’inattività verso questi fenomeni nelle loro prove dei loro governi.

E’ lo stesso Borghi a contestare a Mario Monti il “golpe bianco” del 2011, con “la distruzione della domanda interna e dodici trimestri consecutivi di recessione”. Il nome del professore della Bocconi (sostenuto inspiegabilmente da ampi ambienti della sinistra, forse perché colui che ha defenestrato Berlusconi), è associato principalmente a quell’Imu che ha demolito l’edilizia e l’ampio indotto, ma anche ai favori al settore bancario o all’inasprimento della tassazione sui Capital gain (al 26 per cento), sui beni di lusso (tipo superbolli) che, oltre ad uccidere comparti floridi del “made in Italy”, hanno finito per far trasferire all’estero la titolarità di tanti beni (fatta la legge, gabbato lo Santo).

Certo, per tentare di risanare sono necessarie misure impopolari. Però ci vuole davvero poco a racimolare soldi supertassando proprio quei cittadini onesti che pagano puntualmente le tasse, svuotando i loro risparmi (tra le misure ricordiamo la tassazione dello 0,2 per cento su conti deposito e deposito titoli), utilizzando come bancomat i beni frutto di sacrifici e facendo poco per punire invece tutti gli altri. Con risultati non sempre esaltanti: nel periodo-Monti il tasso di disoccupazione è passato dal 7,6 del terzo trimestre 2011 a ben il 12,7 del primo trimestre 2013. Inoltre la tanto contestata riforma Fornero, opera del suo governo, ha determinato il grave fenomeno degli esodati.

Ecco, ciò che noi contestiamo ai governi dei due economisti è di aver fatto e di fare ben poco per affrontare i veri nodi strutturali del nostro Paese. Ad esempio, per combattere seriamente l’evasione fiscale o la criminalità organizzata, ma anche per abbattere il debito, che nel periodo di Monti s’è addirittura appesantito e lo stesso sta avvenendo con l’attuale governo gialloverde.

C’è di più: il “salvatore” chiamato da Napolitano, che doveva essere persona terza, ha invece messo su un suo partito, Scelta civica, che ha racimolato appena l’8 per cento alle politiche e addirittura lo 0,71 per cento alle Europee, fagocitato dal Pd: c’era davvero bisogno di allinearsi agli altri per un economista esterno che avrebbe dovuto fare soltanto il “lavoro sporco” e lo ha fatto solo in parte?

Analogamente, la destra dei nostri giorni – rispetto alla destra storica – quando sale al governo non sembra abbia grande dimestichezza con i conti. Il Pdl vincitore delle elezioni del 2008 con oltre il 46,8 per cento dei consensi (contro il 37,5 del centrosinistra di Veltroni), in poco più di tre anni ha portato il rapporto debito/PIL dal 106 al 120 per cento.

Insomma, come imprenditori chiediamo meno provvedimenti infruttiferi (tipo reddito di cittadinanza, ma anche quota 100) e più interventi mirati a ridurre il debito e a rilanciare produzione, lavoro ed economia.

(Domenico Mamone)

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