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Il fardello del debito pubblico

Domenico MamoneIl pesantissimo debito pubblico del nostro Paese è ormai il baricentro di tutta l’economia, la politica e quindi la società italiana. E’ probabilmente la parola più utilizzata nel dibattito pubblico. Ed è lo spettro che condiziona – o perlomeno avrebbe dovuto condizionare – da anni ogni provvedimento che implichi una spesa, dalle nuove infrastrutture alle assunzioni nel pubblico impiego (infatti ridotte da decenni).

Tutti gli autorevoli ammonimenti di questi mesi – dalla Commissione europea al Fondo mondiale internazionale, dall’Ufficio parlamentare di bilancio alla Banca d’Italia, dalla Corte dei Conti all’Istat – in un modo o in un altro fanno riferimento a questa affilatissima spada di Damocle che pende sulla testa di tutti gli italiani. Anche le massime autorità politiche di altri Paesi europei – ad esempio il premier austriaco Sebastian Kurz – non disdegnano di buttare il sale sulla ferita del nostro bilancio economico nazionale.

Un problema che molti italiani, però, vivono come “esterno” alla propria sfera individuale; ma, in realtà, torna ad essere poco tranquillizzante quando si parla di debito controbilanciato dalla ricchezza individuale. Come dire: nell’eventualità, per abbatterlo, ci sono i soldi (e i beni) delle famiglie degli italiani. Una ricchezza netta che è calcolabile intorno agli ottomila miliardi, tra valore delle abitazioni (circa la metà del patrimonio totale), attività finanziarie, terreni, oggetti di valore, al netto di oltre un migliaio di euro in prestiti.

Tuttavia, la forbice tra patrimonio e debito – che continua a restringersi – non è poi così larga: sparirebbe ben un quarto di tutta la ricchezza degli italiani se lo si volesse estinguere del tutto. E se il patrimonio complessivo degli italiani continua a calare – specie a causa del valore in discesa delle case (tra i motivi anche l’ipertassazione delle seconde) – il debito va sempre più su.

Benché non manchi qualcuno che ne riduca la drammaticità, il debito è e resta un problema. Soltanto per interessi, come noto, paghiamo quasi 70 miliardi di euro all’anno. Praticamente è come se ogni cittadino italiano tirasse fuori oltre mille euro: non ci si pensa perché materialmente non avviene questo, ma il conto lo scontiamo tutti in termini di minori servizi, cattiva manutenzione dei nostri habitat quotidiani, restringimento e svilimento dei beni comuni.

C’è chi si chiede giustamente: ma perché siamo arrivati a questo punto senza che siano squillate frotte di campanelli d’allarme? E chi trae beneficio da un debito così alto? Cioè a chi paghiamo questa montagna di interessi? Ed ancora, chi, in fondo, ci tiene sotto scacco – anche politico – grazie a questa enorme palla al piede? Il dito puntato finisce sempre sugli impalpabili e transnazionali “poteri forti”, cioè finanza, mondo del credito, ecc., che continuano ad arricchirsi grazie soprattutto al debito (crescente) degli Stati. E qui si potrebbe aprire un altro capitolo che, per la complessità, rimandiamo ad un prossimo intervento.

Viene, pertanto, il sospetto che il nostro debito – ha raggiunto i 2.342 miliardi di euro a luglio 2018 – non sia proprio casuale. Certo, c’è stata tanta incoscienza, specie negli anni Ottanta in linea con la “Milano da bere”. La logica degli sperperi e del vivere oltre le possibilità ha dominato almeno un paio di decenni. Ma stupisce, almeno fino ad un certo punto, che siano stati principalmente i governi cosiddetti tecnici, quelli che non debbono inseguire il consenso, a peggiorare i conti pubblici anziché a procedere ad un loro radicale risanamento. E per migliorarli, a meno che di ricorrere alla risorse private degli italiani per abbattere il pesante fardello (praticamente una maxipatrimoniale che renderebbe tutti più poveri e porterebbe direttamente l’Italia al default), sarebbe stata sufficiente la riduzione dei tanti privilegi e di contributi a pioggia (editoria, mondo dello spettacolo, associazionismo, ecc.) finalizzati a cementare il consenso, il taglio dell’enorme spesa improduttiva (la cosiddetta spending review, tanto sbandierata ma mai attuata), la reale lotta all’evasione fiscale, ecc.

Sottolineiamo – ma, lo ribadiamo, forse fino ad un certo punto – che ad alimentare maggiormente il debito siano stati proprio i governi cosiddetti tecnici.

Ad esempio, secondo uno studio di Formiche.net che abbiamo già analizzato, il debito è maggiormente aumentato con il premier Giuliano Amato, passato alla storia proprio per il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani. Con il suo primo governo, il debito è passato da 960 a 1.069 miliardi, cioè dal 115% a quasi il 122% nel rapporto debito/Pil. L’aumento giornaliero del debito con Amato è stato di ben 342 milioni.

Al terzo posto di questa poco esaltante classifica troviamo proprio il “risanatore” Mario Monti: nei suoi 528 giorni di governo, il debito è cresciuto di ben 128 miliardi, praticamente 242 milioni al giorno.

Al quarto posto un altro tecnico, Dini: governo di 485 giorni, 100 miliardi di debito in più, pari a 207 milioni al giorno.

Se pensiamo che al secondo posto di questa classifica c’è Gentiloni e al quinto Letta, c’è da chiedersi dove erano gli ammonimenti di tutti questi organismi nazionali e internazionale di fronte ad un debito già arrivato ad entità preoccupanti: 2.137 miliardi con Letta (131,78 il rapporto debito/Pil) e 2.327 miliardi con Gentiloni.

Domande, forse, con risposta scontata.

(Domenico Mamone)

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