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Il “realismo” del contante

Domenico MamoneSi chiama “Community Cashless Society”, è un osservatorio istituito quattro anni fa da The European House-Ambrosetti con i protagonisti della filiera dei pagamenti, tra cui Ibm, Intesa Sanpaolo, Mastercard, PayPal, Poste, Visa. Si occupa di monitorare il rapporto tra cittadini e denaro contante, anche attraverso un report – il prossimo sarà presentato il 4 aprile a Cernobbio – che mappa 85 economie del mondo.

Le anticipazioni sull’ultimo studio dicono che nel nostro Paese la dipendenza dal contante è dura a morire. A fine 2018 circolavano in Italia 198 miliardi di euro in banconote, il 4 per cento in più rispetto all’anno precedente, con un incremento ancora più sensibile rispetto al più 3,8 per cento del 2017 sul 2016. I pagamenti con carta, nonostante l’accelerazione negli ultimi cinque anni, hanno raggiunto un valore di circa 180 miliardi, quindi ancora al di sotto del complessivo cartaceo.

Ovviamente l’osservatorio accompagna tale situazione pro-contante con giudizi negativi: l’Italia è “tra le 35 peggiori economie del pianeta (siamo trentaduesimi) per dipendenza dal contante”, nonostante l’Europa abbia la leadership mondiale sulle prepagate e un tasso oltre la media di nuovi dispositivi di pagamento. E ancora: “Alla velocità attuale l’Italia raggiungerà la media Ue del valore dei pagamenti con carta nel 2040 (assumendo che i Paesi rivali rimangano fermi)”, mentre l’organizzazione nata nel 2015 contava di allineare l’Italia entro il 2025.

Ma quali sono gli argomenti che accompagnano la crociata contro il contante? Il rapporto dell’osservatorio sostiene che la diffusione degli strumenti di pagamento elettronici include benefici quali “la maggiore sicurezza delle transazioni, la riduzione dei costi del contante, l’emersione dell’economia sommersa e lo stimolo ai consumi e al commercio”. In particolare il contante è demonizzato in rapporto all’evasione fiscale e al malaffare, a cominciare da quello con la regia della criminalità organizzata. Ciò è però tutto da dimostrare dal momento che secondo molte inchieste è proprio nell’economia virtuale – in particolare Bitcoin e App non tracciabili – che trovano linfa le nuove mafie. Addirittura a queste fonti di finanziamento è associata la crescita dell’internazionale sovranista, quindi di un movimento ideologico in grande spolvero di questi tempi.

Certo, una cosa è un bancomat e cosa diversa è il Bitcoin. Tuttavia il rapporto morboso tra gli italiani e il contante è frutto soprattutto di una cultura della “concretezza”, del pragmatismo, del risparmio e della piccola impresa familiare, anche di una buona dose di diffidenza, valori che costituiscono l’ossatura del nostro Paese. E che non ci sentiamo certo di stigmatizzare in nome di una cultura liberale, che premia la libertà di scelta, rispetto ad una neoliberista, che tendenzialmente riduce l’individuo a numero. Fare impresa sì, ma tenendo sempre presente l’etica.

Qual è, infatti, la strada che ci si prospetta a fronte della restrizione dei pagamenti in cash (oggi fissati in Italia con il limite di 3.000 euro, in Spagna di 2.500 euro e in Francia di 1.000 euro)? Quali benefici avremo una volta che sparirà il vecchio portamonete e faremo tutto con lo smartphone, nuova Bibbia dei nostri tempi?

Certo, la strada del futuro sarà questa anche in Italia, non siamo luddisti né pretendiamo di contrastare il progresso. Ma l’evoluzione va gestita anche dal basso, se non vogliamo che diventi involuzione. Il rischio vero è che ogni futura transazione, senza contanti, sarà approvata o meno dalle banche, che non sono certo opere di carità. In sostanza dipenderemo ancora di più per qualsiasi cosa dagli istituti di credito, che – la storia recente ce lo insegna – hanno non pochi scheletri negli armadi. O da nuovi organismi “liquidi” che faranno concorrenza alle banche.

Ogni nostra scelta sarà ulteriormente registrata. Le profezie di Max Weber trovano completa attuazione: definitivo addio a pratiche frutto di decisioni personali e largo ad un potere disumanizzato e illimitato, fatto di procedure ipersistematiche.

Allora, con un po’ di romanticismo, accogliamo con affetto i frutti di un’altra ricerca (“I giovani e il rapporto con il denaro: dati, riflessioni e visioni per una nuova educazione finanziaria”), firmata da DoxaKids per Feduf (la fondazione dell’Abi per l’educazione finanziaria) con la collaborazione di American Express. Il sondaggio è stato effettuato tra italiani nati tra il 1995 e il 2010. Cosa emerge? Che, per quanto ipertecnologici, i giovanissimi in fatto di denaro continuano a preferire il contante. Probabilmente influenzati dal buon senso dei genitori.

Ad esempio, soltanto un ragazzo su tre opta per le vetrine virtuali rispetto ai negozi fisici. In molti hanno dubbi circa la sicurezza dei pagamenti digitali, mostrando pregiudizi in particolare verso le carte di credito. Il 47 per cento di loro racconta di avere l’intramontabile “paghetta fissa”, naturalmente in contanti. Molti posseggono il caro e vecchio salvadanaio. Soltanto il 35 per cento degli intervistati afferma di essere titolare di un conto bancario o postale, contro il 56 per cento della media Ocse.

Insomma, il rapporto con i contanti continua ad essere soprattutto emotivo. Una sfera che preferiamo tenerci cara.

(Domenico Mamone)

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