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E’ la globalizzazione, bellezza…

Domenico MamonePiaccia o no, siamo assoggettati ad un’economia sempre più mondializzata. Le nuove tecnologie hanno rafforzato la globalizzazione, consolidando quel “villaggio globale” già indicato da Marshall McLuhan in un fortunato saggio dell’ormai lontano 1964.

Siamo completamente assuefatti all’unificazione dei mercati, dei servizi, delle informazioni a livello mondiale. Spesso non rendendocene più conto. Ormai caratterizziamo i nostri gesti quotidiani con costanti “sconfinamenti”: lo facciamo, ad esempio, quando ci vestiamo seguendo mode ormai universali e con tessuti e lavorazioni provenienti dalla stessa zona dell’Asia; quando comunichiamo con strumenti analoghi a quelli di tutti gli altri continenti; quando mangiamo cibi provenienti dall’altra parte del mondo; quando ascoltiamo lo stesso brano musicale trasmesso dalle emittenti radiofoniche di Berlino, di Città del Messico o di Melbourne; quando assistiamo a trasmissioni televisive i cui format sono replicati dappertutto; quando ammiriamo con occhi di bambino le performance dell’artista di strada che ha propri omologhi in altre piazze di tutto il pianeta.

E’ un sistema materiale e immateriale in cui siamo totalmente immersi. Persino chi tenta di rimanerne fuori o di opporvisi, finisce per rendersi protagonista di palesi discordanze: vengono in mente quei manifestanti che, protestando contro la globalizzazione, fanno sfoggio di marchi mondializzati, ad esempio le classiche scarpe Nike, l’ultimo iPhone per scattare foto o la sosta pranzo da McDonalds. Dissacrando in modo irreparabile, tra i tanti, la giornalista canadese Naomi Klein, autrice del noto best seller “No logo” del 2000.

D’altronde questo sistema mondializzato, volenti o nolenti, ha moltiplicato le opportunità ed esteso il benessere. Intrigando sempre più persone in tutto il pianeta. Oggi nel mondo sono più coloro che si ammalano per eccesso di cibo che per fame. La mortalità alla nascita è quasi scomparsa. L’esistenza media, grazie ai progressi della medicina, è aumentata. Il livello di istruzione s’è esteso. Inoltre la globalizzazione ha abbattuto molte barriere ed ha assicurato, almeno nel mondo occidentale, un lungo periodo di pace. La società dei consumi, non casualmente, ha finito per annientare ogni sistema alternativo, in particolare quelli incentrati su ideologie accompagnate dal dispotismo e dalla violenza, come in Russia o in Cina.

Nel contempo, però, l’attuale sistema sta facendo emergere non poche storture. Si può evocare il salatissimo prezzo pagato dalle risorse ambientali: ormai nel mare c’è più quantità di plastica che pesci. E anche il clima ne risente. Oppure si possono richiamare le differenze sempre più abissali tra un’élite di persone privilegiate a fronte di crescenti fasce di popolazione emarginata, in cui confluiscono porzioni di un ceto medio che si sta sgretolando anche nel nostro Paese.

In questa contrapposizione tra visioni differenti, che tende ad accentuarsi in periodi di crisi sempre più frequenti, appaiono però anacronistiche alcune risposte “di chiusura”, per quanto legittime e naturali a fronte di un’insofferenza antisistema che monta anche nelle economie più avanzate (l’esempio dei gilet gialli francesi è significativo in tal senso). Il modello Trump, per capirci, che mira a ridimensionare con i dazi il regno del libero mercato, cozza proprio contro le intransigenti autodifese del sistema. In fondo ne sappiamo qualcosa anche noi, tra giudizi delle agenzie di rating e spread che hanno inciso non poco nella riformulazione dei provvedimenti economici del governo.

E’ proprio la manovra economica messa a punto dal nostro esecutivo, insieme ad altre decisioni principalmente sul piano economico, a confermare l’intensificarsi di tale contrapposizione tra differenti visioni e modelli di sviluppo. Cioè da una parte c’è chi mira a perpetuare, pur con i “mal di pancia” del caso, l’attuale sistema – incentrato principalmente sul libero mercato – sposato in Italia dalla maggior parte delle forze politiche e dei cittadini, ben “collaudato” e predominante a livello universale; dall’altra ci sono le indicazioni alternative, oggi imbevute di sovranismo, populismo, assistenzialismo, protezionismo, fino alla decrescita, che contano cultori soprattutto nella base elettorale dei Cinque Stelle.

Uno dei terreni emblematici in cui questo contrasto rischia di aggravarsi è quello delle grandi opere. In particolare della Tav. La piazza torinese è testimone, a più riprese, di una considerevole frattura tra sostenitori e contrari ai cantieri dell’alta velocità, con i due partiti della coalizione di governo equamente divisi ed esposti tra le due fazioni in lotta. Il fronte oppositore, a sua volta, include differenti posizioni, da coloro che pongono una questione esclusivamente economica, a coloro che rilanciano principi ambientalisti fino a coloro che mirano alla decrescita. Quando si dovrà assumere la decisione definitiva, non mancheranno di certo i contraccolpi che investiranno anche il sistema economico del Nord, il più coinvolto nella questione dell’alta velocità e del trasporto delle merci.

Ma il nostro tessuto industriale sarà presto investito anche da un altro controverso provvedimento governativo in dirittura d’arrivo: il decreto promesso dal ministro Di Maio per mantenere gli storici marchi industriali in Italia, evitando che vengano acquisiti da aziende straniere intenzionate a portare la produzione all’estero. Un’iniziativa conseguente al caso Pernigotti, l’azienda dolciaria piemontese ceduta nel 2013 dalla famiglia Averna alla società turca Toksoz, che ora intende spostare la produzione dallo storico sito di Novi Ligure. Il punto è: può uno Stato avocare a sé il diritto di decidere se un gruppo privato possa disfarsi di un’azienda? Può vincolare la vendita – tra privati – di un’impresa ad un impegno di “immobilismo produttivo”? Può farlo in un’economia dove le condizioni di libero mercato mutano continuamente? E come potrebbe attuare una simile procedura all’interno dell’Unione europea, dove una norma del genere è inammissibile per ragioni di concorrenza? Ancora: come potrebbe evitare, appunto in una logica di libero mercato, che uno Stato estero contrattacchi vietando ad aziende italiane di acquisire brand stranieri? Lo scontro Usa-Cina, con i suoi effetti negativi, è davanti agli occhi di tutti.

Insomma, qui si mettono in discussioni i principi elementare del fare impresa in un’ottica autonoma, indipendente e liberale.

E’ vero che esistono norme per proteggere alcune aziende da acquisizioni straniere; ma queste debbono ricadere in comparti produttivi ritenuti strategici, ad esempio in settori critici per la sicurezza nazionale, come la difesa, i porti, le infrastrutture o le telecomunicazioni. Il modello è quello del Cfius statunitense, il Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti, istituito dal presidente Ford nel 1975.

Invece pare che a Di Maio, paladino di un ritrovato patriottismo, baleni l’idea di considerare strategica per la sicurezza nazionale la produzione di cioccolato o di crema spalmabile…

(Domenico Mamone)

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