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Il numero di followers non è una virtù

Domenico MamoneNei giorni scorsi un docente universitario di ingegneria c’ha confessato, con non poco sconforto, che la scarsa preparazione dei suoi studenti non è soltanto conseguenza del decadimento della scuola italiana. Secondo lui la causa principale è la crescente demotivazione. Cioè i ragazzi che fuoriescono dalla scuola superiore – e sui quali lo Stato investe per il futuro di tutti noi – sono completamente scoraggiati non solo dalle scarse opportunità professionali (e quindi familiari e umane) che riserva loro l’avvenire e dalla prospettiva di doversi realizzare per forza al di fuori dal Paese dove sono nati e cresciuti, ma soprattutto da modelli che deprezzano sempre più lo studio, la formazione, la preparazione, il merito, la cultura.

L’osservazione del professore è acuta e pienamente condivisibile. A supporto, due piccoli esempi di questi giorni.

E’ uscito nelle sale cinematografiche il film “Il Sindaco” di Ismaele La Vardera, giovanissimo candidato alle elezioni comunali del 2017 a Palermo. L’allora ventitreenne, che lavorava come inviato delle “Iene” su Italia1, a fronte delle esperienze paradossali che stava vivendo nel corso della campagna elettorale, ha deciso di riprendere tutto con una telecamera nascosta. Al di là della documentazione della compravendita di voti – non proprio una novità – colpisce la valutazione delle qualità del giovane candidato da parte dei leader politici con cui è venuto in contatto non in termini di competenze e di conoscenze, bensì per numero di followers sui social.

Altro amaro esempio. Nei giorni scorsi su Instagram una persona s’è lamentata perché, pur avendo due lauree e un master, sta lavorando ancora a progetto mentre la bella Giulia De Lellis, eroina digitale delle nuove generazioni, ha successo e soldi pur avendo scarsa istruzione. L’accusa alla ragazza non è nuova – repetita iuvant – in quanto fu mossa da un giornalista qualche mese fa in tv. La De Lellis, protagonista del “Grande Fratello Vip” e di “Uomini e Donne” di Maria De Filippi (sic), non si scompone di fronte a queste ripetute critiche sul suo presumibilmente scarso bagaglio culturale e replica sostanzialmente che la laurea non è tutto nella vita e pure senza titoli è possibile “sfondare” grazie all’intelligenza e alla fortuna.

In una fase in cui la politica è passata dai testi parlamentari ai tweet, dai comizi agli show televisivi e mediatici in genere, in cui qualcuno nei Palazzi vorrebbe abolire il valore legale dei titoli di studio, in cui le gaffe linguistiche e geografiche sono all’ordine del giorno, non c’è da stupirsi di questo ormai costante deprezzamento dei saperi.

Soltanto qualche settimana fa è uscito un libro di Paola Dubini, docente della “Bocconi”, intitolato significativamente “Con la cultura non si mangia. Falso!”. L’autrice dimostra, con cifre, fatti e argomenti, che la cultura è parte della nostra vita come l’aria che respiriamo, dall’arte alla musica, dal cinema al teatro, dai musei al patrimonio librario e storico. Guai, insomma, a scordarcene.

Il cuore della questione, a nostro parere, non è se la cultura nutra in senso economico (“la cultura è il nostro petrolio”) o in senso figurato. Il punto è che la conoscenza in genere è la premessa per la crescita personale e professionale tanto a livello individuale quanto collettivo. La cognizione è il presupposto per predisporsi nel miglior modo alle relazioni, al confronto, all’individuazione delle regole comuni, alle aperture e al superamento di ogni genere di preconcetti o di barriere. Il sapere è la base per la percezione, per la protezione e per la valorizzazione delle idee, delle memorie, delle esperienze, dei territori, dei patrimoni lasciatici dalla grandezza umana. Insomma non c’è civiltà, evoluzione e progresso umano senza lo studio, la consapevolezza, l’erudizione.

La crisi dei nostri tempi non è soltanto quella economica, psicologicamente e materialmente accentuata dagli spread, dalla crisi bancaria e finanziaria, da manovre che includono anche progetti per noi molto discutibili. L’imbarbarimento educativo e formativo, quindi culturale, finisce per sconvolgere equilibri basati su sperimentati ed efficaci sistemi di regole.

(Domenico Mamone)

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