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Economia circolare, la risposta “naturale” alle crisi ambientali

Come sta il nostro Pianeta? E quanto sta facendo l’Europa per contribuire alla sua salvaguardia? Le “buone intenzioni” non mancano, ma vanno coniugate – non facilmente – con una parola che suona come un diktat: la crescita. È davvero possibile associare la sostenibilità ambientale all’esigenza legittima del progresso?

Una delle risposte si chiama economia circolare. Ed un piano d’azione l’Unione europea ce l’ha. È stato adottato dall’11 marzo 2020 e costituisce uno dei principali elementi del Green Deal europeo, il programma per la crescita sostenibile in Europa presentato l’11 dicembre 2019 dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Al di là delle ricadute negative causate dalla pandemia del Covid-19, che hanno alterato molte tabelle di marcia, e dalla drammatica guerra in Ucraina, l’applicazione di ambiziose misure di economia circolare in Europa, secondo le stime dalla stessa Commissione, potrebbe aumentarne il Pil di uno 0,5 per cento entro il 2030 e creare circa 700mila nuovi posti di lavoro.

Del resto, se si continuano a sfruttare le risorse al ritmo odierno, concordano gli esperti, entro il 2050 ci sarà bisogno delle risorse di tre pianeti. Basilare, quindi, il passaggio da una logica di produzione e consumo impulsivi, con il problema degli scarti, ad un’economia non solo a zero emissioni, quindi libera dalle sostanze tossiche, ma soprattutto completamente circolare entro il 2050, in cui gli scarti diventino risorse.

Il Piano europeo per l’economia circolare è incentrato proprio sulla prevenzione dei rifiuti e la loro gestione ottimale. Con un voto del 9 febbraio 2021, il Parlamento europeo ha chiesto norme più severe sul riciclo con obiettivi vincolanti da raggiungere entro il 2030 per l’uso e il consumo di materiali.

Per attuare un mercato europeo di prodotti sostenibili, neutrali per il clima ed efficienti dal punto di vista delle risorse, la Commissione europea ha messo sul tappeto iniziative virtuose come il rafforzamento del diritto del consumatore alla riparazione dei beni, la lotta alla cosiddetta “obsolescenza programmata” dei prodotti e al greenwashing, cioè alla falsa politica di sostenibilità di un’azienda e l’estensione della Direttiva per la progettazione ecocompatibile anche ai prodotti non connessi all’energia. C’è coscienza dell’importanza del diritto dei consumatori di essere correttamente informati sull’impatto ambientale dei prodotti e dei servizi acquistati ed è stato richiesto alla Commissione di preparare delle proposte per combattere la pratica scorretta.

La maggiore responsabilizzazione dei consumatori è, in effetti, una conditio sine qua non che passa per informazioni più affidabili sui prodotti presso il punto vendita, anche per quanto riguarda la loro durata di vita e altre prestazioni ambientali.

Il Piano d’azione della Commissione europea, nel dettaglio, ha fissato sette aree chiave, fondamentali per raggiungere un’economia circolare: plastica (si punta ad eliminare del tutto le microplastiche); tessile (contrastare la perdita di microfibre e introdurre standard più severi sull’uso dell’acqua); rifiuti elettronici (occorre elevare l’attuale percentuale del 40% di riciclo); cibo e acqua (superare gli sprechi, attualmente il 20% del cibo non viene utilizzato); imballaggi (si punta al totale riutilizzo o riciclo entro il 2030); batterie e veicoli (riduzione del carbonio); edifici e costruzioni (questa industria è responsabile di oltre il 35% dei rifiuti totali dell’Unione europea).

L’Unione europea produce più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno. Una mole impressionante. Proprio qui occorrerà intervenire perché l’economia circolare non rimanga soltanto una locuzione affascinante ma priva di significato.

Nel concreto, le azioni da incrementare sono quelle finalizzate a ridurre la cosiddetta “impronta di consumo”, cioè l’impatto che genera l’intero ciclo di vita dei prodotti. Per raggiungere tale obiettivo si mira a raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali nel prossimo decennio. Si dovrà, quindi, intervenire sin dalla fase di progettazione e di produzione al consumo, favorendo le riparazioni dei beni, il loro riutilizzo, il riciclaggio e quindi il ritorno delle risorse nell’economia.

Occorre partire da una presa di coscienza: oggi soltanto il 12 per cento dei materiali e delle risorse secondarie vengono riportati nell’economia. Continua a dominare l’impronta lineare rispetto a quella circolare. E circa la metà delle emissioni totali di gas ad effetto serra proviene dall’estrazione e dalla lavorazione delle risorse. Tra il 1970 e il 2017, l’estrazione e la lavorazione globale di materiali come biomassa, combustibili fossili, metalli e minerali è triplicata. E continua a crescere, causando emissioni di gas serra, perdita di biodiversità e stress idrico.

Gli strumenti strategici in campo non mancano. Ad esempio, c’è il cosiddetto “Sustainable product policy framework”, cioè un modello che mira a rendere i prodotti durevoli, quindi più “verdi”. Altro asso nella manica è l’azione di premialità, cioè il collegamento degli incentivi alle prestazioni che tengono conto dell’esigenza di sostenibilità. Altro strumento è il cosiddetto “passaporto digitale” dei prodotti per monitorarne lo stato.

Da non trascurare l’adozione degli appalti pubblici verdi, come l’introduzione di criteri ecologici minimi obbligatori o di obiettivi per gli appalti.

Per approfondire la materia, non mancano anche gli studi settoriali. Proficue le 142 pagine del “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia”, realizzato dal Cen-Circular economy network, la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dall’Enea, insieme a 14 aziende e associazioni di impresa. Anche perché nel lavoro c’è una buona notizia che semina un po’ d’ottimismo: nella classifica per indice di circolarità, l’Italia ha il primo posto tra le cinque principali economie europee. Il nostro Paese utilizza al meglio le scarse risorse destinate all’avanzamento tecnologico. E ha un buon indice di efficienza: per ogni chilo di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24. Tuttavia il nostro Paese è penalizzato dalla scarsità degli investimenti e dalle criticità sul fronte normativo.

L’emergenza ambientale è un tema che dovrebbe essere in cima all’agenda di ogni governo. Perché, purtroppo, come una spada di Damocle si rischia quella che gli eminenti autori del Rapporto “Underestimating the challenges of avoiding a ghastly future” del 2021 hanno definito, con toni apocalittici, la “Sesta estinzione di massa”. I presupposti, purtroppo, non mancano: ormai oltre il 70 per cento della superficie terrestre è alterato dall’uomo (cento miliardi di tonnellate di manufatti sulla Terra, con la realtà “non viva” che supera ormai quella viva), 165 milioni di tonnellate di plastica negli oceani, il 40 per cento delle piante in pericolo di estinzione, così come circa un milione di specie animali (oltre il 10 per cento del totale). E gli obiettivi di decarbonizzazione e di lotta alla deforestazione purtroppo procedono con inerzia. Il tutto, in un Pianeta che ha raggiunto gli otto miliardi di individui, con previsione di 9,9 miliardi nel 2050, ponendo la sovrappopolazione come una delle principali preoccupazioni per l’intera umanità.

Sostenibilità, transizione energetica ed economia circolare (che include riduzione, riuso e riciclo) sono materie ormai interconnesse e vanno considerate in un’unica prospettiva.

(Giovanni Castellotti)

Fonti utilizzate:
1) https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20210128STO96607/economia-circolare-in-che-modo-l-ue-intende-realizzarla-entro-il-2050
2)
rivista mensile Il Pianeta Terra
3)
Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia, realizzato dal Cen-Circular economy network

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