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Pensioni: buco da 38 miliardi. Il punto del Corsera

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A poche settimane dal varo della prima legge di bilancio gialloverde, il tema pensioni rimane sulla graticola incandescente della brace governativa. Una questione complicata e delicata che va ben al di là di una semplicistica abolizione della legge Fornero o di qual si voglia slogan elettorale. Addentrandosi tra i numeri e i dati che compongono il mondo “pensioni” c’è il rischi di perdersi, senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Ci viene in soccorso allora, un’interessante articolo uscito sul Corriere della Sera firmato a quattro mani da due giornalisti che non sono sicuramente gli ultimi arrivati: Milena Gabanelli e Massimo Sideri.

Il pezzo dal titolo “Pansioni, rosso di 38 miliardi” fa un’interessante fotografia sul tema rappresentando un quadro piuttosto allarmante. «Quella delle pensioni – scrivono i due giornalisti –  è una riforma perenne: ha iniziato Amato nel ‘92, e poi Dini nel ‘95. Negli anni tutti i governi hanno affrontato il tema, ma nessuno è riuscito a non lasciare vittime sul campo (come dimenticare i 170 mila esodati della Fornero). E con quali risultati?». Ecco, le conseguenze appunto. I numeri descrivo una realtà paradossale ben esplicitata dal bilancio previsionale 2018 dell’Inps: se nelle sue casse entreranno 227 miliardi di contributi (di cui 56 da dipendenti pubblici e 146 da dipendenti privati) e ne usciranno 265 in prestazioni. Una differenza che verrà si coperta dallo Stato ma che dimostra come i contributi versati dai lavoratori non coprono le pensioni erogate. E a farne le spese sono soprattutto i giovani: «Oggi il grosso dei pensionati – si legge nell’articolo –  incassa sulla base dell’ultimo stipendio percepito: su 13 milioni e mezzo di assegni previdenziali del settore privato e di quello autonomo, 11,1 milioni sono basati sul vecchio sistema retributivo. Se aggiungiamo poi chi incassa l’assegno assistenziale, si arriva a 17,88 milioni. Ebbene, gli importi mensili sotto i mille euro riguardano 12,8 milioni di persone. Poi ci sono i 3 milioni di statali. I pensionati maschi della Pubblica amministrazione (ex Inpdap) incassano un assegno medio di 2.250 euro, contro i 1.250 del settore privato».

Una situazione che si aggrava maggiormente se si mette in relazione il nuovo mercato del lavoro con un Paese legato ancora a vecchi dinamiche occupazionali. «La disoccupazione giovanile altissima non permette di avere un posto stabile prima dei trent’anni, se va bene. La Gig economy (così si definisce l’economia dei “lavoretti a chiamata”) ha prodotto la frammentazione del percorso professionale e un ridimensionamento dei salari, con conseguente gig pensione».

I due giornalisti sottolineano come oggi  3 milioni e mezzo di giovani dai 35 anni in giù hanno un lavoro a tempo determinato, atipico, precario, che di conseguenza dovranno farsi una pensione integrativa se non vogliono rischiare l’indigenza, “ma possono affrontarla con uno stipendio che spesso non supera i 900 euro al mese?”

Secondo il Rapporto sullo Stato sociale 2011, un dipendente pubblico con 40 anni di contributi versati (di cui 18 entro il 1996) e 60 anni di età, poteva contare su un trattamento pari a circa il 100% dell’ultimo stipendio; un lavoratore privato arrivava al 77%. Nel 2036, un soggetto con le stesse caratteristiche, avrà una pensione pari al 58% del salario: «Il Decreto dignità del governo Conte-Salvini-Di Maio non aiuta: ha accorciato a 2 anni i tempi del precariato, ma se l’azienda ti lascia a casa il mercato del lavoro offre poca mobilità».

G.T.

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