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Il focolaio delle banche in crisi: il decalogo dell’economista Scacciavillani

Sono nubi da tempesta quelle che si addensano sul sistema bancario e finanziario globale dopo la bancarotta di Silicon Valley Bank, Silvergate e Signature, a cui è seguita la débâcle di Credit Suisse, appena rilevata da Ubs.

L’economista Fabio Scacciavillani ha ordinato in dieci punti, “assolutamente non esaustivi” come tiene a precisare, una riflessione su quanto sta accadendo, oltrepassando l’analisi sulle cause vere o presunte dei singoli fallimenti e soffermandosi sugli snodi cruciali della condizione attuale e delle previsioni future. Con la solita schiettezza che lo contraddistingue.

“Il settore bancario (o ampie parti di esso), piaccia o meno (e al sottoscritto non piace), non può fallire, altrimenti si producono conseguenze devastanti, come abbiamo imparato dall’esperienza della Grande Depressione e dopo il crollo di Lehman Brothers – esordisce Scacciavillani, notista del Fatto quotidiano. “Quindi i governi e le banche centrali non possono evitare di accollarsi debiti e conseguenze assortite”. Questo il primo punto. Il secondo è strettamente collegato.

“Al contrario di quello che molti immaginano le banche non sono istituzioni “sicure” – continua l’economista. “Tutt’altro. Sono aziende che per ogni 8 euro di capitale possono indebitarsi (con i depositanti e gli obbligazionisti) fino a 100 euro (e talora anche di più, ma per semplicità tralascio i dettagli). Infatti il sistema bancario americano nel suo complesso all’inizio del 2022 (prima che la stretta monetaria iniziasse) detenevano attività per 24 trilioni di dollari. Di queste, circa 3,4 trilioni di dollari erano liquide, disponibili per eventuali rimborsi dei depositi. A fronte di queste attività le banche americane avevano un capitale pregiato Tier 1 (il pilastro dei parametri prudenziali) pari ad appena 2 trilioni di dollari”. Dati che decisamente invitano a riflettere. E preoccupano anche un bel po’.

Terzo punto: “Quindi se il valore degli attivi patrimoniali scendesse di poco meno del 10 per cento – ad esempio perché molti prestiti non vengono rimborsati (caso Montepaschi) o perché i prezzi dei titoli in portafoglio precipitano (caso SVB) – il capitale della banca si azzera. Attualmente secondo la FDIC (l’Agenzia federale Usa che assicura i depositi) le istituzioni finanziarie americane hanno 620 miliardi di dollari di perdite non contabilizzate al prezzo di mercato. Se i valori dei portafogli obbligazionari in pancia alle banche diminuissero del 10 per cento, più di un quarto del patrimonio netto delle banche evaporerebbe e servirebbero gigantesche iniezioni di denaro fresco”.

Ancora: “Quando il capitale di una banca si assottiglia pericolosamente e a) la banca è too big to fail (perché ha un ruolo preminente nell’economia di un paese);

b) è fortemente esposta verso altri istituti di credito che subirebbero a loro volta delle perdite (effetto contagio;

c) riveste un ruolo preminente in un settore strategico (portando al fallimento grandi aziende che hanno depositato la liquidità nella banca),

il governo per scongiurare il contagio e il collasso del settore finanziario mette in campo i soldi del contribuente in modo esplicito o, spesso, surrettizio (tramite garanzie o sgravi fiscali).

Ciò implica che le banche sopra una certa dimensione o grado di interconnessione, di fatto (ma non di diritto) sono società private finché stanno a galla, ma diventano all’istante pubbliche (almeno in parte) quando diventano insolventi.

A volte gli azionisti e gli obbligazionisti pagano per le colpe dei manager (caso SVB), altre volte la ‘svangano’ senza gravi conseguenze (come dopo la crisi del 2008-09). Quindi i debiti del settore bancario sono, a tutti gli effetti pratici, parte del debito pubblico”.

Sesto punto. “In teoria i regolatori dell’attività bancaria dovrebbero scongiurare le insolvenze, ma la complessità dei rischi che aleggiano sul sistema finanziario sono di complessità tale che non esistono né modelli matematici, né menti umane capaci di gestirli sempre e comunque. Premesso che col senno di poi sono tutti geni (oltre che allenatori della Nazionale), in effetti le autorità di supervisione nel caso di SVB avevano il quadro preciso delle attività e passività. Verificare i rischi di tasso (visto che le banche centrali stavano inasprendo la stretta monetaria) sarebbe stato il minimo. Però non l’hanno fatto”.

Altro punto. “Né i regolatori hanno considerato la concentrazione del portafoglio prestiti nel settore tecnologico che era alle corde. Né tanto meno hanno considerato una cosa molto inusuale, la concentrazione dei depositanti tra le start-up tecnologiche e i loro manager e/o azionisti. Se si è trattato di una svista, di insipienza o di allarmi ignorati, sarà oggetto di diatribe per decenni.

Ottavo punto. “Oltre alle perdite sui titoli a reddito fisso per le banche americane si profila una vulnerabilità legata all’inversione della curva dei rendimenti, cioè tassi di interesse a breve più alti di quelli a lungo termine (segno di pessimismo del mercato sulla crescita economica).

Le banche pagano il tasso a breve sui depositi e vengono remunerate con il tasso a lunga sui prestiti, quindi se la situazione patologica perdura l’impatto sui bilanci delle banche non tarderà a materializzarsi. Soprattutto su quelle più piccole che non hanno il potere di mercato per pagare frazioni di punto sui depositi quando i buoni del Tesoro rendono il 4,5 per cento. E su queste banche aumenterà la percezione del rischio di controparte che potrebbe precipitare un altro tonfo”.

Nono punto. “La verità è che da oltre venti anni dopo ogni crisi si introducono nuove regole più stringenti, severe e pervasive, nel futile tentativo di sterilizzare i rischi. E ogni volta nuovi rischi emergono in forme inaspettate (o sottovalutate) da anfratti fino ad allora trascurati o da situazioni del tutto imprevedibili. Ma più regole si introducono, più il sistema nel complesso diventa fragile perché si costringono tutte le banche ad adottare gli stessi criteri di gestione del rischio, e dunque si impone per legge la dinamica del gregge, mentre il mercato per funzionare correttamente (lo diceva Mark Twain per le corse dei cavalli) ha bisogno di operatori con opinioni opposte o divergenti”.

Ultimo punto. “Il Quantitative easing e i tassi di interesse tenuti prossimi allo zero della Fed e sotto zero dalla Bce, ben dopo la fine della pandemia e nonostante stimoli fiscali inusitati, hanno indotto troppe istituzioni finanziarie (persino i fondi pensione britannici) a gonfiare i livelli di rischio accumulando obbligazioni a lunga scadenza, la cosiddetta ‘ricerca del rendimento’. Il Quantitative tightening è un processo mai sperimentato in precedenza. Man mano che si dipana salteranno fuori altre fragilità a cui magari nessuno aveva minimamente pensato, tanto meno le banche centrali. SVB è la prima vittima di un certo peso. Altre ne seguiranno”.

Che conclusioni si possono trarre? “Se le autorità a botte di martello e tocchi di cesello saranno in grado di contenere il contagio (come sembra possibile al momento), entro qualche mese le nubi si diraderanno, magari dopo aver scaricato qualche rovescio temporalesco. Altrimenti gli investimenti più redditizi nei prossimi anni saranno salumi e formaggi ben stagionati, oppure le scatolette di tonno e di fagioli per chi predilige la duration”. Parola di esperto.

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