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L’impegno dei medici contro gli armamenti nucleari

Quarant’anni di vita ospedaliera spesi per la ricerca clinica e per l’impulso a connettere varie specialità tra loro, ritenendo l’iperspecializzazione contraria alla cultura d’insieme. Il professor Manlio Giacanelli, neurologo clinico e miologo istochimico, è stato per anni un punto di riferimento presso l’azienda ospedaliera “San Camillo Forlanini” nella diagnosi delle malattie neuro-muscolari.

Laureatosi alla “Sapienza” di Roma nel 1961, specializzatosi in malattie nervose e mentali nel 1965, ha acquisito esperienza negli Stati Uniti (M.I.T. Boston) prima di tornare in Italia con attività ospedaliera a tempo pieno dal 1969 ad oggi. Tuttora, in pensione, svolge attività di volontariato all’ospedale di Tor Vergata.

Il prof. Manlio Giacanelli

Alla professione medica ha sempre associato un grande impegno sociale. Oltre ad aver lavorato come medico volontario nei campi profughi palestinesi, è stato segretario nazionale della prestigiosa Ippnw (International Phisicians Preventing Nuclear War), l’organizzazione internazionale che riunisce i medici che combattono l’uso bellico del nucleare. Oggi il professor Giacanelli ne è presidente onorario.

L’Ippnw nel 1985 ha ottenuto il Nobel per la Pace per l’impegno nella sensibilizzazione sulla pericolosità delle armi nucleari e quindi sulla loro inutilità. Quel Nobel ha contribuito all’eliminazione dei missili dal centro Europa.

– Professore, com’è nata la vostra organizzazione?

“La nostra storia inizia con la volontà di due medici, Bernard Lown, medico di Reagan, e Yevgeni Chazov, medico di Breznev. Due insigni cardiologi. Al di qua e al di là della cortina di ferro nacquero e si moltiplicarono associazioni aderenti alla nostra organizzazione. Questa istituzione continua a rappresentare nella storia della medicina un’esigenza etica insopprimibile, che è la ragione stessa dell’essere medico: prevenire il dramma e le conseguenze della guerra nucleare”.

– Prevenire e non curare. Ma come?

“Informando la gente e contestando i falsi profeti e scienziati che, pur non potendo negare il dramma, cercano perfidamente di ridurne la portata. Come il fisico ungherese Edward Teller, l’inventore della bomba all’idrogeno, il quale cercò di ridurne la portata. Viceversa, ormai le denunce da parte della maggior parte degli scienziati del cosiddetto ‘inverno nucleare’ sono molteplici e tutte molto qualificate”.

– Quali sono, dettagliatamente, le conseguenze di un’esplosione nucleare?

“Sono molteplici e nefaste sia per l’ambiente sia per la salute umana. L’oscuramento dei cieli, le polveri, l’abbassamento della temperatura, i buchi dell’ozono, l’annientamento dell’agricoltura, le carestie. E le conseguenze dirette in termini di malattie sistemiche: leucemie, neoplasie, neomutazioni genetiche”.

– Ciò che sembra scontato, cioè che il nucleare bellico produca solo morte, per molto tempo è stato addirittura salutato con favore quando si parlava di “deterrenza nucleare” capace di favorire equilibrio tra le grandi potenze e quindi sostanzialmente di favorire la pace…

“Quell’equilibrio, di cui parlavano soprattutto i politici, era fondato sul terrore. Se Hiroshima e Nagasaki appartenevano alla storia recente, non vanno dimenticati i 193 test nucleari tra gli anni Sessanta e Novanta a Mururoa, nella Polinesia, da parte dei francesi. Esperimenti fermati soltanto nel 1996. Si parla di risarcimenti, ma gli studi sulle tante conseguenze mediche, tra malformità e tumori, restano top secret. La potenza accumulata dal 1975 a Mururoa corrisponde a 200 bombe del tipo di quelle che rasero al suolo Hiroshima nel 1945. Anche a fronte di quella follia, il nostro organismo ha cercato un’alleanza con i cultori del diritto; tanti insigni giuristi hanno risposto con entusiasmo, come Luigi Arata, Aldo Bernardini, Matteo Carbonelli, Romeo Ferrucci, Mario Lucio Luzzatto. Molti di loro sono diventati nostri consiglieri nelle battaglie più ardue, anche contro quel potere politico esaltato proprio dalla ‘deterrenza’”.

– Una “deterrenza” però venuta meno con la caduta del muro di Berlino…

“Sono diminuite le armi, ma non le sperimentazioni che hanno, quale obiettivo, la produzione di armi sempre più potenti. Inoltre ancora oggi gli armamenti nucleari sono sparsi in tutto il mondo, dagli Usa alla Russia, dalla Francia al Regno Unito, dal Medio Oriente fino ad India e Pakistan per cui le associazioni di prevenzione non debbono abbassare la guardia. Mi piace ricordare la figura medica di Albero Malliani, che insieme al nostro presidente Michele Di Paolantonio, partecipò ad Oslo il 10 dicembre 1985 alla cerimonia per l’assegnazione del Nobel alla nostra associazione: Malliani raccomandava di non adagiarsi sulla realtà nucleare perché l’adagiarsi rappresenta una ‘bancarotta morale’. Fra questi “adagiarsi” vi è l’affermazione di una possibile guerra nucleare ‘limitata’, che tale non sarà mai perché ‘illimitati’ sarebbero i danni ambientali”.

– La medicina ha spesso un ruolo “missionario” in zone di guerra, attenuandone le conseguenze negli ospedali da campo. Eppure tanti illustri medici e scienziati hanno fatto sentire la propria voce proprio per prevenire i conflitti. Perché queste figure spesso finiscono nel dimenticatoio?

“E’ vero, ci sono figure che andrebbero fatte conoscere anche alle nuove generazioni. Penso al biochimico svizzero naturalizzato italiano Daniel Bovet, Nobel per la medicina nel 1957: animato da severo calvinismo, condannò alcuni suoi ex-colleghi che partendo dai fattori di crescita dei batteri, ne accrebbero la virulenza costruendone le armi batteriologiche. Vorrei ricordare anche il medico-antropologo Ettore Biocca, il cui nome è legato all’impegno della medicina per la pace. Si tratta di professionisti straordinari, la cui opera, però, s’è spesso scontrata con i potenti interessi economici dell’industria bellica”.

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