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Profughi ucraini: il modello di accoglienza italiano

È stato presentato il 27 ottobre il Dossier Statistico Immigrazione 2022 a cura di Idos, in collaborazione con Centro Studi Confronti e Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Tra i tanti temi affrontati nel Dossier anche un focus sull’accoglienza dei cittadini ucraini.

Il 3 marzo 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha attivato per la prima volta la direttiva n. 55 del 2001 sulla “concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati” per i profughi ucraini in fuga dalla guerra. Così anche l’Italia, conformandosi alla “promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Sati membri che ricevono gli sfollati”, con il Dpcm del 28 marzo 2022, ha introdotto rilevanti innovazioni nell’accesso degli ucraini alla protezione e all’accoglienza.

Oltre 150mila persone, in fuga dalla guerra, hanno goduto di una normativa finora mai attuata per i rifugiati nel nostro Paese. In primo luogo, sono caduti i vincoli relativi all’integrazione sociale. Ai profughi dall’Ucraina è stato riconosciuto il diritto di scegliere la città o il Paese europeo in cui fermarsi, raggiungere amici o parenti, cercare lavoro e accedere ai sistemi di welfare come alloggio, scuola e sanità.

In secondo luogo, l’accoglienza domestica, o in famiglia, è stata assunta a politica pubblica. Sotto la denominazione di “accoglienza diffusa” la Protezione civile ha emanato ad aprile un bando per l’assegnazione di circa 15mila posti, tra accoglienza domestica propriamente detta (oltre 4.000 posti) e appartamenti attivati dagli enti del terzo settore attraverso accordi con i Comuni. Ma tra lentezze e rigidità burocratiche, attuare tale misura è stato molto problematico tanto che, a metà settembre, risultavano sottoscritte solo dieci convenzioni (5.943 posti e 287 persone accolte), che oltretutto termineranno il 31 dicembre, con poca chiarezza sul dopo.

In terzo luogo, gli sfollati ucraini sono stati autorizzati a cercare sistemazioni autonome, ricevendo direttamente un contributo monetario. In Italia, infatti, risiedono stabilmente circa 236mila ucraini, soprattutto donne (77,6 per cento) largamente occupate presso le famiglie italiane, che hanno contribuito all’accoglienza sul territorio. Nella maggior parte dei casi sono stati proprio i connazionali ad ospitare i profughi e, dopo sei mesi, sono meno di 14mila le persone accolte dal Sistema di accoglienza e integrazione (Sai).

È così che tra gli interventi a sostegno dei profughi, in nove casi su dieci si è trattato di contributi economici. Un contributo modesto, limitato nel tempo ed erogato tardivamente, che copre solo in parte i costi dell’ospitalità attivata da privati e Terzo settore. A fare la differenza, infatti, è stata soprattutto la reazione immediata e autonoma degli ucraini in Italia e dell’intera società civile.

Le circostanze eccezionali cui stiamo assistendo ancora oggi, hanno portato a grandi innovazioni introdotte dall’Italia. Senz’altro è necessario semplificare le procedure di attuazione dei piani di accoglienza, ma, pur con le sue problematicità, il modello attuato per aiutare gli ucraini in fuga dalla guerra dimostra che una “buona accoglienza” è possibile e praticabile e deve essere esteso a tutti i profughi in cerca di protezione.

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