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Il flop delle politiche per lo sviluppo economico

Esagerando nell’uso degli eufemismi, gli analisti parlano di crisi o di fragilità, ma la verità è che l’economia italiana, soprattutto nel settore industriale, vede uno sfascio drammatico.

Secondo i dati di Confindustria il fatturato tendenziale annuo è in calo del 7,5% sul mercato interno e del 7% su quello estero.

Gli stessi ordinativi, se si escludono quelli positivi per macchinari e attrezzature, sono in pesante diminuzione fino a toccare il -21,4% nel settore delle apparecchiature elettriche e a superare il -20% in quello automobilistico mentre si accentua il calo nel settore tessile, elettronico e farmaceutico.

Al Ministero dello Sviluppo Economico ci sono ben 162 tavoli di crisi aziendali aperte con centottantamila posti di lavoro in gioco.

Una crisi endemica e persistente non riguarda solo aziende come Alitalia, Almaviva, Alcoa o Ilva, ma un vasto bacino d’imprese che galleggiano ancora, ma rischiano di affondare nel mare di una congiuntura estremamente sfavorevole.

Un tale tracollo ha ovviamente una geografia che vede penalizzate in Italia fortemente, manco a dirlo, soprattutto le regioni meridionali dove il deserto industriale avanza senza la capacità non solo di studiarne seriamente le cause, ma neppure di vedere le soluzioni al problema.

Ci sono territori dove la recessione economica ha determinato un calo fortissimo del dato occupazionale e sta spingendo nuovamente i giovani a una nuova e drammatica ondata emigratoria.

La crescita economica del nostro Paese, inchiodata da anni di poco sopra lo zero, davvero non dà spazio a grandi speranze.

Per trovare una via di uscita occorre anzitutto analizzare le cause del fenomeno.

Certo l’integrazione economica e valutaria europea, il Fiscal compact e il regime dei cambi fissi hanno favorito la Germania e penalizzato l’Italia con un freno nelle esportazioni che ha portato le nostre industrie a una produzione in subappalto per le filiere tedesche oggi anch’esse in crisi per i dazi americani ma soprattutto per la concorrenza dei Paesi emergenti dell’Asia.

Questo rallentamento della produzione in Germania crea ulteriori problemi che possono avere un effetto domino per l’intera Europa.

Il mercato interno italiano non assorbe che in minima parte la produzione, mentre quello estero non traina più.

L’accumulazione capitalistica di stampo neoliberista ha tolto sempre più investimenti nel settore della produzione economica reale per spostare i risparmi nelle rendite finanziarie.

Molti imprenditori senza alcun ritegno hanno preferito un guadagno facile in un’economia di carta favorita da classi dirigenti al servizio dei grandi gruppi plutocratici o sono migrati dal mondo produttivo a quello dei servizi.

Diverse imprese italiane così sono finite in mano a investitori stranieri che ne hanno acquistato il marchio per stroncare la concorrenza finendo poi per diminuire sistematicamente la spesa in ricerca, tecnologia e sviluppo e per delocalizzare la produzione soprattutto nei Paesi dell’est.

Sono tutti paradigmi neoliberisti che per anni hanno imposto le logiche delle privatizzazioni anche in settori trainanti come la fabbricazione di acciaio magnetico a Terni, dove le acciaierie furono cedute nel 1994 alla Thyssen Krupp, e a Taranto, dove il volume di produzione riguarda materiale lungo per l’edilizia e piano per l’industria manifatturiera pesante, con l’Ilva data prima ai Riva e successivamente ad ArcelorMittal.

Abbiamo oggi così la dimostrazione lampante di quanto sia rapace, crudele e selvaggio un capitalismo che nella fase più buia della sua storia non si fa alcun problema di migliaia di lavoratori a rischio disoccupazione pur di difendere il massimo del profitto.

Le questioni sono complesse ed è difficile progettare il futuro in un Paese dove ormai viviamo una campagna elettorale permanente piuttosto che occuparci dei problemi legati alla vita dei cittadini.

Se in questa direzione la politica si dimostra incapace di difendere gli interessi fondamentali della collettività e segue le logiche di un mondo finanziario e imprenditoriale in gran parte sempre più lontano dai principi dell’etica e della giustizia sociale, certamente occorrerà che si ridisegni la struttura del sistema politico ed economico.

L’attività produttiva nel settore secondario paga certamente la dimensione medio – piccola delle sue aziende, le difficoltà nella gestione manageriale, la debolezza d’innovazione tecnologica e l’assenza di una strategia di politica industriale autonoma che di fatto l’ha relegata a un ruolo periferico rispetto agli Stati dell’Europa centro-settentrionale.

La globalizzazione dell’economia con una concorrenza spietata di produzione in nero o con la negazione dei diritti fondamentali dei lavoratori soprattutto in Paesi dell’Asia, le politiche di austerità in Europa e il regime dei cambi fissi hanno contratto la nostra base produttiva costringendo molte aziende a diminuire il costo del lavoro per evitare delocalizzazioni o chiusure.

Per di più la politica ha sottratto agli investimenti tanti miliardi persi in corruzione nella realizzazione di talune opere pubbliche o buttati negli sprechi e nei privilegi.

Di fronte a tale situazione è del tutto evidente che continuare a mettere toppe a un sistema in crisi serve a poco; al contrario l’Italia ha bisogno di ripensare una pianificazione dello sviluppo che finora è stata davvero inefficiente.

Occorre pertanto ridurre il debito pubblico e ridiscutere non solo il Fiscal Compact, ma anche l’art. 107 che impedisce aiuti di Stato alle aziende e gli stessi strumenti di politica monetaria affidati completamente alla BCE.

È necessario poi che l’Europa riesca a costruire davvero quel mercato unico continentale che oggi ancora non c’è e che solo può aiutare i suoi Stati a sviluppare il sistema produttivo nel settore primario, secondario e terziario per vincere la sfida con i Paesi degli altri continenti.

Per uscire allora dalla terra bruciata nelle politiche per lo sviluppo economico bisogna riaffermare con forza il diritto dell’Italia ad un ruolo attivo nell’intervento pubblico ritornando ai principi del sostegno alle aziende, ma anche, dove occorre, ai concetti della nazionalizzazione e della partecipazione statale in settori strategici dell’economia.

La costruzione di un’imprenditorialità autoctona efficiente, preparata, ma soprattutto dotata di grande umanità, di cui pure abbiamo qualche ottimo esempio, dev’essere un obbligo immediato per evitare che investitori esterni senza scrupoli distruggano quanto siamo riusciti a costruire con anni di duro lavoro.

Se, come ci dicono i dati, i nostri prodotti più richiesti sono quelli alimentari, è chiaro che bisogna sostenere con forza un’agricoltura biologica di eccellenza.

Si deve poi superare la caduta degli investimenti migliorando infrastrutture, ricerca, collegamento tra università e mondo del lavoro, managerialità.

Fondamentale è la riduzione della tassazione come dei costi di gestione, ma anche il miglioramento delle stesse fonti energetiche perché le imprese diventino competitive ed ecosostenibili.

Studiare ancora meccanismi di sostegno economico per saldare le industrie al territorio può aiutare a limitare le delocalizzazioni.

Il reddito di cittadinanza, com’era prevedibile, non ha sviluppato la domanda interna; dunque si deve pensare necessariamente a un lavoro di cittadinanza con un’estensione dell’occupazione in settori trainanti dell’economia quali l’agricoltura e la zootecnia imboccando la strada dell’aggiornamento qualitativo dei prodotti.

Abbiamo bisogno anche di una più innovativa digitalizzazione della produzione industriale per vincere la sfida con le economie emergenti soprattutto in settori come quello delle comunicazioni nei quali siamo in grande difficoltà.

Per concludere non possiamo dimenticare che al centro dell’organizzazione economica non può esserci il profitto ma la dignità della persona umana.

(Umberto Berardo)

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