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La sinistra uccisa dall’establishment

Uno degli argomenti più dibattuti da quando sono stati resi noti i risultati elettorali è la crisi della sinistra. Un dibattito-fotocopia di quello seguente alle elezioni politiche del 2018, quando il Pd crollò al 18,7 per cento a causa del “fenomeno” Cinque Stelle, che allora racimolò oltre il 32 per cento dei consensi.

In premessa va però evidenziato che i numeri fuoriusciti dalle urne non dicono che gli italiani in maggioranza assoluta si siano spostati a destra. Giorgia Meloni, pur essendo la vincitrice indiscutibile delle elezioni, ha raccolto 7,3 milioni di voti su quasi 51 milioni di connazionali con diritto di voto, compresi quelli all’estero. Se aggiungiamo il resto del centrodestra, arriviamo a poco più di 12 milioni di voti.

Se sommiamo i voti di Pd, M5S e Azione-Iv (lasciando fuori il resto della sinistra), arriviamo a 13 milioni e mezzo.

Tuttavia è emblematico che a vincere sia stato il partito – diciamo così – più vicino all’eredità delle nostalgie per il Ventennio, nonostante la sinistra abbia provato a spingere sulla pregiudiziale antifascista nel corso di tutta la campagna elettorale. Segno che di fronte al pragmatismo dei problemi quotidiani, i dibattiti ideologici abbiamo annoiato buona parte degli italiani. Fratelli d’Italia come primo partito, tra l’altro, sdogana totalmente la destra più estrema come forza di governo.

La sinistra, quindi, paga soprattutto le solite divisioni interne e la mancanza di alleanze, che nel maggioritario ha consegnato i seggi a candidati di destra anche con un terzo dei consensi, vista la frammentazione del resto. C’è da aggiungere che quello degli astenuti è diventato di gran lunga il primo partito.

Ma le divisioni, in particolare tra Pd e Cinque Stelle (sebbene anche Azione-Italia Viva abbia pescato principalmente nel bacino dei dem), da sole non giustificano la consegna della maggioranza assoluta del parlamento alle destre. Con un quadro fortemente avverso alla sinistra in molti territori, tra cui la Toscana e l’Emilia-Romagna dove primeggiano i parlamentari eletti dalla destra (si pensi soltanto alle storiche vittorie nei collegi di Modena o Livorno).

Allo smembramento si sommano altri errori. A cominciare da una legge elettorale, realizzata proprio dal Pd in funzione anti-grillina, che ha finito per favorire nettamente Meloni e soci.

Ma il dibattito, non potrebbe essere altrimenti, è dominato in particolare dagli aspetti ideologici. E anche qui i paradossi non mancano. Ad esempio, molti analisti accusano il Pd di essere diventato il partito dell’establishment, cioè del potere, al governo da un decennio senza aver mai vinto un’elezione, arroccato anche nella gestione totalizzante di molte città e regioni, con proprio esponenti collocati pure nelle municipalizzate, nelle società in house o nella sanità. Tutto vero. Ma con una stravaganza: a lanciare l’accusa alla sinistra sono proprio quegli esponenti della cosiddetta intellighenzia di sinistra, tra professori universitari e giornalisti, i più che vivono nei centri storici delle città dove il Pd prende più voti. Davvero questo lungo elenco di personaggi costantemente presenti nei programmi televisivi sono esenti da colpe in tal senso?

Lucia Annunziata, Marianna Aprile, Corrado Augias, Diego Bianchi, Marco Damilano, Concita De Gregorio, Fabio Fazio, Giovanni Floris, Peter Gomez, Lilli Gruber, Gad Lerner, Michela Murgia, Antonio Padellaro, David Parenzo, Andrea Purgatori, Michele Santoro, Roberto Saviano, Luca Telese, e l’elenco potrebbe continuare, sono davvero dispensati da responsabilità nell’offrire un’immagine di “potere”, spesso militante e prevaricatrice, strettamente collegato alla sinistra?

E quanti danni apportano alla sinistra i cosiddetti “intellettuali”, gli stessi che oggi sparano a zero sul Pd in una sorta di fuoco amico?

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