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Pace e giustizia

Ho più volte scritto che la guerra, insieme alla malattia, è il male peggiore per l’umanità, ma dovremmo aggiungere che rappresenta anche una vergogna per chi ancora vi ricorre.

Assolutamente non si può considerare mai un mezzo di soluzione dei problemi, come purtroppo alcuni hanno pensato per secoli, perché in realtà il conflitto armato rappresenta solo lo strumento dei potenti per affermare con la forza e la violenza ogni forma di potere, sopraffazione, imposizione di una dittatura, conquista di territori o di materie prime; dunque è del tutto evidente che serve solo ad acuire se non ad ingigantire questioni aperte

In ogni caso gli esseri umani, da quando sono comparsi sulla Terra, non sono riusciti ad eliminare la violenza servendosi anzi di essa come strumento di prevaricazione e prepotenza nei confronti dei deboli e degli indifesi.

Perfino nel Cristianesimo si è giunti a definire il concetto di una guerra giusta o addirittura santa in talune circostanze storiche come nel caso delle Crociate.

Eppure, al di là della consuetudine celebrativa della letteratura come nell’espressione dello scrittore romano Vegezio “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum” (Dunque chi aspira alla pace prepari la guerra) che ritroviamo anche in Cornelio Nepote e in Cicerone, un grande storico come Tacito nella sua opera De vita et moribus Iulii Agricolae (La vita e i costumi di Giulio Agricola) del 98 d.C. fa pronunciare al generale Calgaco, re dei Calèdoni, una locuzione che ancora dovrebbe farci riflettere “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (Dove fanno il deserto, lo chiamano pace).

Per fortuna un papa come Francesco, a partire dall’enciclica “Fratelli tutti”, ha parlato della guerra come l’ingiustizia dell’umanità.

Siamo finalmente davanti ad una teologia per la pace anche se mancano decisioni coerenti in relazione agli apparati militari esistenti ed ancora non riusciamo a disegnare il lavoro culturale e pedagogico capace di costruire il cammino della non violenza attiva in grado di farci vivere nella libertà, nella convivenza pacifica e nella giustizia sociale.

Se nelle Carte Costituzionali degli Stati e delle organizzazioni internazionali la guerra è ancora prevista, sia pure talora come solo strumento difensivo, né riusciamo ad avviare un processo di disarmo multilaterale e di far crescere le tecniche di difesa popolare non violenta, dobbiamo prendere atto che non siamo ancora usciti dalle logiche dell’egoismo, del nazionalismo e dell’imperialismo che pretendono di annullare il concetto di autodeterminazione dei popoli, il pluralismo etnico all’interno dello stesso territorio impedendo anche che le risorse della Terra diventino beni comuni.

Sono obiettivi che ad alcuni possono apparire utopie, ma rappresentano l’unico modo per ridurre i conflitti e risolverli con la non violenza attiva.

Abbiamo allora la necessità di disinquinare il terreno di coltura del concetto di guerra che è appunto la convinzione che la violenza possa essere un sistema non solo di difesa, ma di soluzione illusoria dei problemi chiamando perfino in maniera blasfema un Dio che dovrebbe benedire tale convincimento.

La pace e la giustizia sociale non sono degli assunti, ma condizioni esistenziali da costruire a livello pedagogico, culturale e politico.

Per questo occorre fondare un’antropologia che guardi al bene collettivo, superare le forme di linguaggio bellico che militarizzano la comunicazione e creano modelli sociali di tipo gerarchico ed antidemocratico, rifondare la politica ed attivare a livello sempre più esteso un diritto internazionale capace di produrre le condizioni di uno Jus ad pacem (un diritto per la pace) che sottragga i rapporti umani all’arbitrio dei potenti.

Questo comporta una mobilitazione sistematica mondiale contro ognuna delle centosessantanove guerre oggi esistenti nel mondo e un responsabile impegno educativo per maturare nei giovani la convinzione che i conflitti vanno sempre e solo risolti con il confronto e il dialogo.

Nulla di tutto questo sembra scorgersi all’orizzonte perché, nonostante le diatribe sui social, a me pare di scorgere intorno un’estesa indifferenza su quanto avviene nei diversi teatri in cui si vivono conflitti armati e tragedie umane.

È una costatazione che genera amarezza in chi al contrario osserva tali disastri con angoscia e preoccupazione.

La guerra macchia ancora di sangue la civiltà contemporanea, produce migliaia di morti, devastazioni, profughi, dolore, drammi familiari e molti purtroppo la vivono come se stessero davanti ad un’invenzione cinematografica e non di fronte ad una tragedia umanitaria.

Se si escludono le manifestazioni organizzate ed estemporanee nella prima fase in cui si genera una guerra, poi l’evento sembra quasi giungere in maniera labile all’attenzione generale dei popoli che continuano talora a trascorrere l’esistenza consueta fatta non solo di lavoro, ma anche di momenti di tempo dedicati allo svago come quelli allo stadio, in discoteca o in altri ambienti di divertimento.

Abbiamo al contrario la necessità di tenere viva l’attenzione sui gravissimi effetti che i conflitti armati determinano non solo sui popoli direttamente interessati che pagano le peggiori conseguenze in termini di morti, profughi e devastazioni, ma anche sulla parte più debole della popolazione mondiale che deve affrontare una crescente insicurezza alimentare, una grave emergenza sul piano energetico, la stagnazione nello sviluppo economico, l’inflazione ed ovviamente un aumento della disoccupazione, delle povertà, delle diseguaglianze e delle migrazioni.

Le guerre tra l’altro generano una forte contrazione del welfare determinata dallo spostamento di grosse percentuali del bilancio degli Stati dalla spesa per i servizi sociali verso il rilancio sconsiderato delle spese militari.

Sono decisioni di pura follia dettate dalle lobbies guerrafondaie sparse ovunque purtroppo nel nostro Pianeta come dai poteri plutocratici che sempre nella storia hanno scatenato episodi di un terribile inferno sulla Terra.

Di fronte ad un fenomeno così devastante è del tutto evidente che la politica deve tornare ad essere libera rispetto ai forti interessi egoistici di tipo economico e finanziario e ispirarsi ai più solidi principi di una democrazia reale e partecipata.

Dalle guerre, sia ben chiaro a tutti, non si esce con il mito della vittoria e l’umiliazione dei vinti, ma con la sapienza di chi sa porre le condizioni di un negoziato e di un dialogo capace di non negare i diritti altrui.

Con la forza della diplomazia e dell’insieme delle norme giuridiche possiamo e dobbiamo trovare i paradigmi per cancellare la guerra dalla storia.

È un obiettivo in ogni caso che non si raggiungerà se non attraverso una mobilitazione mondiale di tutti i popoli che credono nei valori della libertà, della pace, della giustizia sociale e della democrazia.

Una responsabile organizzazione delle strutture associative di carattere statale o internazionale, la definizione di convivenze pacifiche interetniche e l’esplicitazione di una nuova antropologia potranno essere i sistemi in grado di condurci verso una società non violenta.

Per questo occorre rifondare su solide basi democratiche ogni forma di organizzazione internazionale a partire dall’ONU eliminando nelle decisioni il principio di unanimità ed ogni ipotesi delle facoltà di veto, ridisegnare il diritto internazionale riaffermando con forza alla base della convivenza nella collettività i principi di libertà, di democrazia, di autodeterminazione e di uguaglianza dei popoli che devono essere tutelati in tale direzione da organismi mondiali appositamente costituiti.

È a questi valori condivisi che abbiamo bisogno di fare riferimento rinunciando alle logiche del potere, del prestigio e della ricchezza che poi sono quelle che fomentano la violenza e la guerra.

Sul piano culturale il processo educativo deve spostare l’orientamento di vita dei giovani dalla competizione alla collaborazione indirizzandoli verso la condivisione dei beni e l’internazionalismo orientato alla pace ed alla giustizia.

Non è un cammino facile, ma va percorso fino in fondo se vogliamo liberarci dalla cattiva coscienza che talora spinge gli esseri umani verso il male.

(Umberto Berardo)

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