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Termovalorizzatore a Roma: una soluzione al problema dei rifiuti o scelta anacronistica?

Cambiano i sindaci e le amministrazioni comunale, ma a Roma il problema dei rifiuti sembra essere un nodo preoccupante destinato a non risolversi mai. L’incendio di Malagrotta ha poi peggiorato ulteriormente una situazione già complicata. Non è solo una questione di pubblico decoro. Il ritrovamento nel 2017 di rifiuti interrati in una zona archeologica del Parco di Centocelle, ha dimostrato la presenza di concentrazioni significative di alcune sostanze (metalli pesanti) che superano i limiti di legge. Quindi non solo degrado urbano, che lede profondamente l’immagine di Roma, la Città eterna che di certo meriterebbe qualcosa di meglio che immondizia abbandonata per giorni accanto a cassonetti strapieni, ma è anche – e forse soprattutto – un rischio per la salute dei cittadini. L’annosa faccenda dei rifiuti potrebbe giungere finalmente ad una svolta. Da capire se positiva o negativa. L’art. 13 del dl Aiuti e Energia – il casus belli che ha portato Conte e i suoi pentastellati ad aprire una frattura nel governo di unità nazionale, con l’astensione nel voto del provvedimento, comunque approvato dalla maggioranza in Senato – conferisce al Commissario straordinario per il Giubileo 2025 (il sindaco di Roma Roberto Gualtieri) “per il periodo del suo mandato – si legge nel testo – delle competenze regionali in materia di rifiuti previste dal Codice dell’ambiente (adozione del piano rifiuti, regolamentazione dell’attività di gestione dei rifiuti, approvazione dei progetti di nuovi impianti, ecc.)”.

Di fatto, il primo cittadino dell’Urbe ha la facoltà di autorizzare la realizzazione di nuovi inceneritori all’interno del territorio romano. Ad aprile Gualtieri aveva dichiarato di essere favorevole alla costruzione di un termovalorizzatore per lo smaltimento dei rifiuti da concludersi entro il 2025. “Con l’obiettivo ambizioso di zero discariche abbiamo deciso di realizzare un termovalorizzatore a completo controllo pubblico con le migliori competenze industriali – aveva annunciato il sindaco di Roma. “Dobbiamo dotarci di impianti per la frazione indifferenziata – che rappresenta il 54 per cento dei rifiuti solidi urbani non separati che vanno in impianti Tmb (trattamento meccanico biologico) prima di finire in discariche e inceneritori. “Il modello che vogliamo proporre – aveva spiegato – è quello della valorizzazione energetica. L’impianto sarà da 600 mila tonnellate annue e ci permetterà di chiudere Rocca Cencia e dotarci di una sola piccola discarica di servizio per conferimento di inerti da 60mila tonnellate l’anno”. Il modello a cui ispirarsi per la progettazione dell’impianto viene dal Nord, Italia e Europa. Gualtieri parla di Bolzano e Copenaghen e a chi muove obiezioni al progetto risponde: “A Copenaghen ci sciano, a Torino i bambini delle scuole vanno a visitarlo. Nelle capitali europee questi impianti non producono nessun dibattito, sono considerati una cosa normalissima. Come normalissimi sono a Bologna, Milano, Brescia, Torino e Venezia. Il sindaco Marino nel 2013 meritoriamente, su indicazione della UE, ha chiuso la discarica di Malagrotta, quella sì inquinante e contraria ad ogni principio di economia circolare. Dopo quella chiusura non è più stato fatto nulla, non sono stati realizzati impianti alternativi, con la conseguenza che Roma è un caso unico in Europa. Tutte le capitali europee e le grandi città italiane hanno un termovalorizzatore tra gli impianti, con cui fanno energia pulita”.

La realizzazione del termovalorizzatore all’interno del perimetro della Capitale è però una questione che divide.

I perché dei favorevoli

Prima di tutto l’impatto economico. “Roma – ha affermato Gualtieri – spende il triplo di Milano per la raccolta e il trattamento, per pagare altri perché si prendano i nostri rifiuti e questi soldi sono sottratti allo spazzamento che è di cattiva qualità. Ci sono colonne di camion che ogni giorno portano tonnellate di rifiuti di Roma in giro per l’Italia e l’Europa”. Sarà una struttura tecnologica e all’avanguardia e “dovrà coprire il fabbisogno energetico per 150 mila famiglie – ha spiegato il sindaco – e risparmiare il gas utilizzato da 60.000 famiglie l’anno. Potremo, così, ridurre la Tari del 20 per cento. Il nuovo impianto e l’insieme del nostro piano determineranno, una riduzione delle emissioni di ben il 44 per cento, con un -15 per cento per le emissioni su attività di trasporto, -18 per cento sull’impiantistica e -99 per cento sulle emissioni da discarica”. Quindi un impianto ben progettato permetterebbe di smaltire i rifiuti non riciclabili e contestualmente di produrre energia o calore, con modeste emissioni di inquinanti. Leggendo il “Libro bianco sull’incenerimento dei rifiuti urbani” di Utilitalia che riporta i dati sintetizzati dell’Ispra, il contributo degli impianti sulla qualità dell’aria sarebbe “poco rilevante, con incidenze pari a meno dell’1 per cento sia per i macroinquinanti che per i principali inquinanti in traccia e con una visibile tendenza alla riduzione, nonostante l’incremento nella quantità annua di rifiuti avviati al recupero energetico che, nel periodo considerato, è quasi triplicata. Una simile situazione emissiva, che trova ampie analogie in ambito europeo è anche riscontrabile in quelle aree territoriali italiane ove la pratica dell’incenerimento appare più diffusa, tipicamente in alcune regioni settentrionali del paese. Un ulteriore elemento di interesse è desumibile dal confronto con le emissioni di altre attività che costituiscono spesso importanti fattori di impatto sulla qualità dell’aria. Le stime confermano un contributo emissivo dell’incenerimento molto limitato, quando non quasi trascurabile, rispetto a quelli del complesso delle altre sorgenti”.

Favorevole alla realizzazione dell’impianto anche Carlo Calenda che ha così commentato l’annuncio: “Finalmente. Ottima decisione. Adesso è importante che la Regione e Nicola Zingaretti, cambino rapidamente il piano regionale sui rifiuti che non prevede un termovalorizzatore”. Anche Chicco Testa, presidente di Assoambiente ed ex di Legambiente si è espresso positivamente sull’inceneritore: “Solo così Roma potrà uscire dalla costante situazione emergenziale. Per realizzare un impianto waste to energy moderno si spenderà meno di quanto si spende adesso per trasportare e smaltire i rifiuti, circa 150 milioni di euro l’anno, con un risparmio di circa 30-40 milioni almeno”.

I perché dei contrari

L’argomentazione principale sostenuta dai detrattori del progetto è che è una scelta antistorica, che va contro le direttive europee che prevedono invece un superamento dell’incenerimento dei rifiuti a vantaggio del riciclo. Bisogna puntare sulla raccolta differenziata per arrivare a “zero rifiuti” da incenerire. Molto chiara la direttiva europea 2008/98/CE che stabilisce una gerarchia dei rifiuti: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, altro recupero (per esempio recupero di energia), smaltimento. La gerarchia pone l’accento sulla riduzione, il riutilizzo, il riciclaggio e il compostaggio come chiave per una gestione sostenibile dei materiali. Queste strategie riducono le emissioni di gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico. È quindi previsto la conversione dei rifiuti in energia, ma è una delle ultime fasi e la quantità di materiali di scarto non riciclabili dovrebbe essere minima. Purtroppo a Roma la raccolta differenziata si attesta su livelli modesti (43,75 per cento nel 2020 secondo i dati Ispra) e si teme che la costruzione del termovalorizzatore disincentivi i cittadini a portarla avanti. “Bruciare i rifiuti è la negazione dell’economia circolare – ha scritto Beppe Grillo in un post sul suo blog – a maggior ragione se si pensa che quest’impianto avrà bisogno comunque di una discarica al suo servizio per smaltire le ceneri prodotte dalla combustione, equivalenti a un terzo dei rifiuti che entrano nel forno”.

Per Giuseppe Conte, leader del M5s è un problema normativo oltre che ideologico e contesta innanzitutto il metodo con cui si è arrivati alla scelta del termovalorizzatore. “Già in Cdm i nostri ministri hanno chiesto una riformulazione della norma in linea con il piano regionale dei rifiuti del Lazio, – ha spiegato l’ex premier – presentato dallo stesso partito che chiede l’attribuzione dei super-poteri a Gualtieri, e con le norme europee, perché si potesse limitare la discrezionalità dei poteri al Commissario in modo che non sconfinassero nell’arbitrio. Tutto questo è stato respinto. Abbiamo chiesto allora di inserire la norma in un decreto ad hoc, seduta stante, nello stesso Consiglio dei ministri: oppure di inserirla in un emendamento da inserire in un qualsiasi veicolo normativo in corso di approvazione. Anche questa richiesta è stata respinta. A quel punto i nostri ministri sono stati costretti a non partecipare al voto”.

Contrari anche Legambiente e Cgil. Per Natale Di Cola, segretario Cgil Ama si tratta di una “scelta inaccettabile. Gli inceneritori nel Lazio non sono previsti dal piano regionale e l’Europa non li finanzia perché non sono ecocompatibili. Inoltre così non saremo stimolati a fare la differenziata. Incenerire è una scelta di destra”. Anche Roberto Scacchi e Stefano Ciafani, rispettivamente presidenti di Legambiente Roma e Lazio e nazionale hanno commentato negativamente l’annuncio di Gualtieri: “Scelta sbagliata. Un progetto simile sarebbe il secondo termovalorizzatore in Italia per dimensioni, secondo solo a quello di Acerra e andrebbe in direzione contraria anche a percorsi virtuosi messi in campo da questa amministrazione”. In un documento presentato da Legambiente e Cgil si sostiene che questi impianti usino “una tecnologia clima-alterante non finanziata dall’Unione europea che dal 2026 sarà tassata dall’Ue per pagare le quote di emissione di CO2”. Sempre secondo il documento per realizzarlo “occorre un investimento di quasi un miliardo di euro che condizionano pesantemente, per almeno 20 anni, le scelte in materia di smaltimento dei rifiuti”. Leggendo su alcuni siti di economia circolare poi, esce fuori che in Danimarca (dove c’è l’inceneritore modello di Copenaghen), nella piccola isola di Bornholm “era necessario rimodernare il vecchio inceneritore ma, invece di cominciare i lavori, nel 2019 il Comune ha scelto la strada di avviarne la dismissione entro il 2032 per accelerare le politiche verso l’obiettivo rifiuti zero”. Anche il termovalorizzatore di Amager Bakke (Copenaghen), non sembrerebbe un esempio così virtuoso da dover imitare. “Nel leggere le notizie dei quotidiani danesi sull’inceneritore di Amager Bakke – scrive economiacircolare.com – la scelta di puntare sull’incenerimento non si è rivelata così vincente come viene da più parti raccontata. Tanto per cominciare, la progettazione stessa dell’inceneritore di Copenaghen è stata abbastanza controversa. Perché si tratta di un impianto troppo grande. A rendersene conto era stato lo stesso comune di Copenaghen, che dapprima nel 2012 rifiutò il prestito da 534 milioni di euro per la costruzione e poi chiese un aggiornamento del progetto per un impianto più piccolo. Il timore era di dare un segnale poco virtuoso alla cittadinanza: bruciare invece di riciclare. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, a sbloccare l’impasse fu l’intervento del governo. Sebbene venisse confermata la capacità di trattare 560mila tonnellate di rifiuti, l’accordo che diede il via ai lavori prevedeva il divieto per Bakke di importare rifiuti aggiuntivi a quelli prodotti dalla capitale danese. Nel 2016, però, prima ancora dell’inaugurazione, quel limite è stato rimosso. L’importazione di rifiuti da incenerire è una costante degli ultimi anni. E Amager Bakke lo fa dal suo primo anno di funzionamento a regime. Importare rifiuti per far quadrare i conti”. Potrebbe essere il rischio a cui andrebbe in contro anche il termovalorizzatore di Roma.

Nonostante le proteste da più parti, si va avanti con il progetto e l’area identificata per la costruzione dell’impianto è nel IX Municipio di Roma, in località Santa Palomba. Speriamo davvero non sia una soluzione anacronistica.

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