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Le forze sociali per la stabilità politica

“Alea iacta est” dunque, e la crisi politica e di governo che si è aperta, senza volere accedere a visioni catastrofistiche che dipingono il nostro Paese alle prese con una sorta di sindrome di Weimar o alle soglie di un nuovo 1922, non è positiva per le sorti dell’economia e degli interessi collettivi rappresentati dalle forze sociali.

Si deve osservare, per amore della verità, che con questo governo, pur in presenza di contraddizioni interne, si era ripreso il dialogo sociale evitando le logiche della disintermediazione e, al tempo stesso, si era avviato un processo di superamento del rapporto tra istituzioni e attori collettivi “storici” espressivo di una sorta di corporativizzazione semi-pubblicistica delle relazioni sindacali, che ha trovato ulteriore negativa conferma nella ricostituzione nel 2017 del CNEL secondo una sorta di “ancien régime”.

Testimonianze concrete di un nuovo modello di relazioni socio-istituzionali, inclusivo e aperto, sono le proposte di un reddito minimo garantito, ponendo fine al ricorso al cosiddetto sistema selettivo fondato sull’oscuro quanto incerto criterio del “comparativamente più rappresentativo”, per individuare i contratti collettivi applicabili ai settori, nonché di una auspicabile legge su rappresentanza e rappresentatività di associazioni datoriali e sindacati dei lavoratori, senza più presunzioni legali e con certezze e garanzie in materia.

E questo dialogo sociale, certo segnato da una sorta di “stop an go” molto legato alle logiche interne della dissolta alleanza giallo-verde, aveva consentito un confronto su alcuni temi cruciali per la nostra economia,dalla riduzione del cuneo fiscale allo stimolo della crescita, dagli investimenti alla ricucitura del rapporto con gli altri partners europei, grazie ad una prospettiva di stabilità politica senza la quale si sprofonda nel caos, come l’attuale scenario dimostra.

Infatti, a pochi giorni dalla rottura dell’alleanza politica, da molti commentatori italiani ed internazionali giudicata “innaturale”, è schizzato alle stelle lo spread, con il differenziale tra BTp e Bund a 240 punti base e il
Tesoro costretto a collocare 6,5 miliardi di Bot a un anno con rendimenti in salita allo 0,107%, mentre anche sul mercato secondario i rendimenti dei titoli di stato sono tutti in forte rialzo, con quello dei decennali che si è spinto sopra l’1,8% dall’1,5%. E, naturalmente, i mercati finanziari hanno, dal canto loro, bocciato la crisi di governo, mandano a picco Piazza Affari, “complice” anche il presidente americano Trump, a causa dei dubbi sul negoziato commerciale con la Cina.

Un quadro allarmante per i nostri conti pubblici, alla vigilia del varo della Legge di Bilancio, con la possibilità concreta dell’esercizio provvisorio. E’ giusto evidenziare che quest’ultima eventualità sarebbe esiziale per l’economia e per il sistema delle imprese italiane, dall’agricoltura all’industria al commercio e all’artigianato, a causa dell’aumento automatico di tre punti dell’Iva, già iscritto nei saldi di finanza pubblica e per evitarlo si dovranno reperire risorse alternative e concordare con Bruxelles un nuovo livello del deficit per il 2020, rispetto al 2,1% previsto dall’ultimo documento di economia e finanza. Con l’aumento dell’Iva, già deciso per legge, l’aliquota ridotta passerebbe dal 10 al 13%, quella ordinaria dal 22 al 25,2%, per fare un altro scatto, l’anno successivo, al 26,5%. E per impedire questi aumenti si imporranno misure compensative per 23 miliardi di euro nel 2020 e 28 nel Quota 100 e reddito di cittadinanza sono già coperti, ma per rispettare gli ineludibili impegni con l’Unione europea e ridurre il deficit all’1,8% si imporranno anche tagli di spesa per 4/5 miliardi. Servono cioè, almeno 30 miliardi, senza immaginare nuove misure economiche, come la flat tax o proprio l’auspicato taglio del cuneo fiscale.

Più in generale una forte instabilità politica, dopo che il nostro Paese ha da poco evitato la procedura d’infrazione sui conti pubblici da parte dell’Unione europea, bloccherà gli investimenti preventivati in bilancio e programmati nella manovra, causando danni gravissimi all’economia nazionale, facendo saltare gli importanti interventi previsti sul costo del lavoro e la detassazione delle imprese, non dimenticando i problemi che vive il sistema previdenziale e il Mezzogiorno.

Ecco perché, un’associazione datoriale responsabile e autonoma dal sistema politico come l’Unsic non può che chiedere a gran voce stabilità politica e senso di responsabilità da parte di tutti, ritenendo doveroso che sia la più alta carica dello Stato, il presidente della Repubblica, a dettare tempi e a indicare soluzioni nell’interesse degli italiani.

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