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DIBATTITO / Roma, astensione-record di votanti: hanno ancora un senso i Municipi?

Le votazioni svoltesi nei giorni scorsi per il rinnovo di due Municipi a Roma – il Terzo e l’Ottavo – hanno registrato soprattutto una scarsissima partecipazione alle urne. Nonostante l’importanza dell’appuntamento elettorale, quasi quattro residenti su cinque hanno preferito disertare (la percentuale dei votanti ha appena oltrepassato il 20 per cento). Segno che la frattura tra istituzioni e cittadinanza si conferma anche nei “parlamentini” in cui è divisa la Capitale. Anzi, qui è ancora più marcata considerato che la prossimità tra amministratori e amministrati dovrebbe favorire la condivisione. Invece nei Municipi romani s’è votato molto meno rispetto al dato complessivo nazionale delle amministrative.
Ciò accende grandi interrogativi non solo su organi non più legittimati dalla partecipazione popolare (praticamente un presidente gode dell’appoggio di una sparuta minoranza), ma sul ruolo stesso della democrazia, che vede centinaia di migliaia di cittadini governati – anche per loro scelta, va detto – da persone che registrano appunto il sostegno di poche migliaia di persone.
In effetti l’onda del decentramento, così in voga negli anni Settanta, ripresa poi dalle riforme Bassanini e dalle spinte federaliste di marca nordista, è ormai venuta meno. Aver attivato Regioni, Province e poi Municipi. Comunità montane e migliaia di società partecipate in tutta Italia è equivalso ad una vera e propria esplosione dei centri di spesa. A fronte non solo di risultati davvero modesti, di una leva di amministratori che non hanno fatto altro nella vita, di un malaffare diffuso, di una crescita esponenziale della burocrazia, ma anche di gravi conflitti di competenze, di attribuzione e di giurisdizione che hanno spesso intasato gli organi preposti alla loro risoluzione, comprese Corte costituzionale e di Cassazione.
Oggi, poi, che i trasferimenti economici languono e che le casse di molti di questi enti hanno visto tramontare la stagione delle vacche grasse, il ruolo dei Municipi è ancora più inspiegabile: assorbono tanti fondi per spese di gestione (stipendi, sedi, ecc.), ma non riescono a garantire al meglio i servizi essenziali.
Ad esempio, la maggior parte dei presidenti dei quattordici Municipi romani guadagna oltre 3.800 euro cadauno. Solo per loro ogni anno si spendono oltre 680mila euro totali. I vicepresidenti oltre 2.850 cadauno, per un totale complessivo di oltre 514mila. Un assessore 2.454 (in genere sono cinque a Municipio, settanta in totale). Poi ci sono i gettoni per i consiglieri, ventiquattro per ogni Municipio, un esercito di 336 in totale: il costo complessivo annuo va oltre i quattro milioni di euro. Nel solo VII Municipio, a febbraio 2018 sono stati liquidati importi per 17.181,55 euro.
Questo esercito di persone, va aggiunto, spesso gode di distaccamenti da altra attività pubblica, ad esempio conducenti d’autobus che l’Atac non può più utilizzare appieno, pur restando negli organici.
Va rilevato che proprio coloro che hanno fatto della moralizzazione della spesa pubblica la loro bandiera, si sono ritrovati ad amministrare dodici dei quattordici Municipi della Capitale (soltanto nel Primo e nel Secondo ha vinto il centrosinistra, ora affiancati dal Terzo e dall’Ottavo). Ma non registriamo, ad oggi, una campagna per invertire questo andazzo. Anzi, continuano ad uscire dalle casse pubbliche soldi per iniziative di dubbia utilità.

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