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Evasione fiscale, è davvero come la raccontano?

L’evasione fiscale rappresenta da sempre un grande problema in Italia, la cui soluzione non sembra mai essere realmente vicina.

Tema ripreso spesso durante le campagne elettorali, tra partiti che propongono l’eliminazione delle 130-140 milioni di cartelle esattoriali con un colpo di spugna, ed altri che presentano la riscossione come il tesoro nascosto che farà abbassare le tasse.

Da luglio è entrato in scena anche VeRa, acronimo di Verifica dei Rapporti finanziari. Grazie all’intelligenza artificiale, questo nuovo algoritmo di casa Sogei è in grado di analizzare milioni di dati per individuare contribuenti a rischio di evasione fiscale.

Il Garante della Privacy, infatti, ha dato il via libera per incrociare i dati dei conti correnti, immobiliari, finanziari, le fatture elettroniche e i pagamenti con carta. Il tutto a patto che questa metodologia non si trasformi in una caccia alle streghe.

Anche se, a ben vedere, numerosi studi hanno dimostrato la fallacia di questo tipo di algoritmi, il che li rende molto pericolosi, soprattutto quando utilizzati per prendere decisioni che hanno grandi ripercussioni sulla vita delle persone.

Ad ogni modo, secondo Pietro Boria, ordinario di diritto tributario all’Università La Sapienza di Roma, e come riporta Libero, “i conti non tornano”.

Secondo il Ministero dell’Economia, l’evasione fiscale tra il 2014 e 2019 si attesta su una media di 105,2 miliardi di euro (93,5 miliardi di entrate tributarie e 11,6 di contributi). In base ai dati riportati dalla nota di aggiornamento al Def 2021, ovvero la Nadef, per l’anno 2019 si registra una differenza tra le entrate dello Stato e l’effettiva riscossione pari a 99,3 miliardi di euro. Diminuzione, rispetto alla media, che sarebbe da imputare alla digitalizzazione del fisco, come la fatturazione elettronica e il 730 precompilato.

Tuttavia, Boria ritiene che i dati non siano esatti. Nel suo nuovo volume, “Una nuova visione dell’evasione fiscale in Italia”, prossimo all’uscita, fa una stima di circa 15 miliardi di euro, esclusi i contributi.

Boria e colleghi utilizzano, infatti, un metodo induttivo, cosiddetto “bottom up” per cui partendo dall’analisi dei settori economici e dei dati derivanti da Agenzia delle Entrate, Mef e Istat viene stimata l’evasione.

Al contrario il Mef utilizza un metodo top down che parte da stime teoriche dell’imponibile totale per poi confrontarlo con quanto versato dai contribuenti. Metodologia quindi congetturale.

Inoltre, le stime del Mef sono calcolate con un’aliquota del 22%, mentre nella realtà dei fatti molte prestazioni hanno un’Iva al 4% o al 10%, se non addirittura un’esenzione totale.

A conferma delle sue stime e come riporta Libero, Boria afferma: “Negli ultimi dieci non si è mai recuperato più di dieci miliardi all’anno, spesso anche di meno. Ma è possibile che, con un’evasione da cento miliardi di euro e con tutti gli sforzi profusi dall’amministrazione tra controlli e verifiche, non si riesca a recuperare di più? Non viene il dubbio che forse non c’è davvero tutta questa evasione?»

Certo, come sottolinea il professare di diritto tributario, nessuno è in grado di fornire dei dati certi, proprio perché si tratta di stime, ma 100 miliardi sembrano essere più retorica che realtà.

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