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Medie imprese del Mezzogiorno: il Sud accelera e batte il Nord per crescita e competitività

Hanno una forza lavoro compresa tra 50 e 499 unità e un volume di vendite tra i 19 e i 415 milioni di euro; un assetto proprietario autonomo riconducibile al controllo familiare e appartengono al comparto manifatturiero. Sono le medie imprese (Mi) industriali italiane che sorprendono soprattutto nel Mezzogiorno registrando performance superiori a quelle delle imprese del resto d’Italia, mostrando una dinamicità inaspettata anche nei periodi di crisi.

Secondo l’ultimo report realizzato dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere, nel decennio 2014-2023 il fatturato delle Mid-Cap è cresciuto del 78,1%, più della media nazionale, contro il +52,8% delle altre aree del Paese. In quasi trent’anni anche il numero di queste imprese è aumentato considerevolmente nel Mezzogiorno, raddoppiando la loro presenza nel territorio. Nel 1996 l’universo era composto da 3.378 imprese (211 nel Sud e Isole e 3.167 nelle altre aree), mentre nel 2023 arriva a 3.650 (408 nel Mezzogiorno e 3.242 nel resto d’Italia), con un incremento del 93%.  Nei ventotto anni considerati, si è assistito a un incremento nel Nord Est (+76 unità, +6%), nel Centro (+70, +16%) e nel Sud e Isole (+197, +93%), mentre il Nord Ovest ha registrato una diminuzione di 71 aziende (-5%).

Un trend positivo che non accenna a fermarsi: per il 2025, ben il 65,4% delle Mid-Cap del Sud prevede un ulteriore incremento delle vendite, contro il 55,4% registrato nel resto del Paese. Le regioni più “attrattive” per questo modello d’impresa risultano essere Abruzzo e Campania, seguite dalla Basilicata.

A livello nazionale, invece, le tre regioni con la maggiore attrattività verso le medie imprese sono nell’ordine: Veneto, Lombardia e Trentino-Alto Adige.

Anche sul fronte della competitività, il Mezzogiorno segna un punto a suo favore: nel decennio analizzato, l’indice di competitività è aumentato di 50,4 punti percentuali (contro i +2% delle altre aree), grazie a un forte balzo della produttività (+44,4%) e a un contenimento del costo del lavoro pro-capite (+5,5%).

La specializzazione produttiva al Sud è fortemente concentrata con tre comparti da soli generano nel 2023, l’80,5% del fatturato totale: alimentare e bevande (47,5% del fatturato), meccanico (21,3%), chimico e farmaceutico (11,7%). Anche il settore cartario-editoriale ha evidenziato un incremento pari al +90,7%, a fronte del +45,6% rilevato nel Centro-Nord.

Le imprese del Sud mostrano una sensibilità spiccata per i temi della sostenibilità: l’82,4% ha già avviato attività Esg. In particolare, il 73,7% punta sulla riduzione delle fonti fossili e sull’adozione di energie rinnovabili, superando la quota del Centro-Nord (66,6%). Inoltre, il 50% degli imprenditori meridionali è convinto di poter raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Tuttavia, restano ombre sul fronte del gender gap: solo il 12,9% della forza lavoro è costituito da donne e appena il 3,7% ricopre ruoli manageriali. Preoccupa anche lo skill mismatch: 3 imprese su 4 faticano a trovare le competenze tecniche e Stem necessarie per la crescita.

Nonostante i successi, il report evidenzia come la fiscalità continui a penalizzare il Sud. Tra il 2014 e il 2023, il tax rate effettivo per le medie imprese meridionali è stato del 29,8%, contro il 27,2% delle altre aree. Se avessero beneficiato delle stesse aliquote del Centro-Nord, queste aziende avrebbero risparmiato circa 230 milioni di euro in dieci anni, risorse che avrebbero potuto alimentare ulteriori investimenti.

A questo si aggiunge l’impatto dei costi energetici, sentito dal 64% delle aziende del Sud (contro il 50,3% delle altre aree), e le preoccupazioni legate al contesto geopolitico e ai dazi internazionali. Le Mid-Cap del Sud inoltre soffrono maggiormente gli alti costi energetici (64% vs 50,3%) e mostrano valori allineati alle altre aree sul rischio geopolitico (52% vs 51,8%). Risentono maggiormente delle barriere commerciali e delle politiche protezionistiche (36% vs 32,1%), segnalando una maggiore vulnerabilità alle dinamiche internazionali.

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