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Il futuro della formazione continua

Nei giorni scorsi si è svolto presso il Tempio di Adriano a Roma un convegno sul ruolo che la formazione continua ha per il futuro del lavoro in Italia.

La conferenza trasferisce nel confronto pubblico il dibattito avviato il 26 maggio da Marco Leonardi e Tommaso Nannicini sul “Sole24Ore” sul futuro della cassa integrazione e delle politiche attive. Al convegno era presente anche Carlo Parrinello, direttore di Fondolavoro, il fondo interprofessionale di formazione dell’Unsic e dell’Ugl. L’articolo dei due giornalisti è stato poi citato sulla pagine dello stesso giornale nei giorni seguenti, aprendo un dibattito in materia. Tante le proposte, le quali vertono essenzialmente sul tema del re-indirizzamento dei disoccupati in cassa integrazione e sul ruolo fondamentale della formazione continua. In questo quadro, ha affermato il presidente di Fondimpresa Bruno Scuotto, la parola chiave diviene ri-collocare.

Come affermavano infatti Nannicini e Leonardi, appare paradossale che mentre le domande di cassa integrazione scendono, il 58% in meno nell’aprile 2017 rispetto all’aprile 2016, si dovrebbe tornare alle politiche sociali precedenti concedendo una cassa integrazione più lunga ed in deroga, e quindi con regole arbitrarie stabilite dalle burocrazie ministeriali. La cassa integrazione in deroga sarebbe giusta in un periodo di crisi, come fu fatto nel 2009, ma non sicuramente in un momento di ripresa economica, la quale danneggerebbe i lavoratori, i quali, senza stimoli verrebbero a trovarsi in una sorta di “pensionamento anticipato”, in un vicolo cieco senza uscita. A perdere sarebbe anche lo Stato, il quale si vedrebbe decurtata la propria forza lavoro, proprio nel momento in cui quasi il 20% dei giovani, e quindi dei futuri lavoratori, vive nel lassismo totale, rinunciando sia alla formazione siaalla ricerca di un impiego. I cosiddetti neet. 

Secondo i due giornalisti del Sole24Ore, all’insorgere della cassa integrazione dovrebbe essere possibile destinare le risorse dei fondi interprofessionali alla riqualificazione di chi un giorno lascerà l’azienda. Stesso principio affermato nel documento congiunto rilasciato da Confindustria e i sindacati nel settembre 2016. Nel caso di un licenziamento collettivo, invece, la mobilità va sostituita  con uno strumento di politica attiva “collettiva” che affianchi da subito l’erogazione della Naspi. Inutile, quindi, aspettare i quattro mesi necessari per la ricollocazione individuale. La proposta dovrebbe coinvolgere sia le imprese sia lo Stato e le regioni.

In questo contesto diventa cruciale il ruolo riservato ai fondi interprofessionali, i quali devono e possono intervenire nella riqualificazione del licenziato.

Grazie alle politiche attive, scrive Maurizio Stirpe (vicepresidente di Confindustria) sempre sul Sole24Ore, si mette al centro il ruolo dell’occupabilità delle persone, piuttosto che la difesa ad oltranza del posto di lavoro, anche quando è evidente che il lavoro non c’è più. In un momento come questo, in cui la crescita rimane comunque bassa, la contrazione della cassa integrazione unita al superamento della mobilità ed all’allunamento della vita lavorativa rendono impossibile percorrere altre strade, con un ritorno al passato  che disponeva una cassa integrazione molto lunga come scivolo verso il pensionamento. Piuttosto quindi che sperare in una “contro riforma” sarebbe opportuno optare per un accordo tra sindacati e Confindustria che coinvolga la formazione continua nel processo di ricollocamento.

All’interno di questo contesto sono stati chiamati, giustamente, in causa i Fondi Interprofessionali con l’idea di attribuire loro nuovi ed importanti compiti, scrive Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. Questo nonostante la pubblica amministrazione ed il legislatore abbiano in realtà operato in  senso opposto, con continui prelievi e taglio di fondi  alla formazione continua e con atti amministrativi che hanno reso sempre più burocratica e complessa la stessa funzione dei fondi.

L’articolo di Marco Leonardi e Tommaso Nannicini, afferma Gigi Petteni, segretario confederale della Cisl, ha avuto essenzialmente due meriti importanti: quello di rilanciare l’attenzione di un sistema di politiche attive coordinato alla gestione delle crisi occupazionali, valorizzando l’intesa del 1° settembre scorso  tra sindacati e Confindustria, fino ad oggi poco valorizzato.

L’obiettivo dell’evento organizzato da Fondimpresa svoltosi a Roma, era appunto quello di avviare un processo per risolvere importanti criticità che riguardano il sistema dei Fondi: la normativa che li equipara a organismi di diritto pubblico, penalizzandone seriamente l’operatività li dove la tempestività segna la differenza tra formazione efficace e formazione inutile; un sistema di controllo che ingessa più che verificare; meccanismi di concorrenza sleale che prevaricano la gestione bilaterale della formazione.

Ad introdurre il convegno è stato il presidente Bruno Scuotto, il quale ha affermato chiaramente come la formazione in generale e soprattutto la formazione continua rappresenti il futuro e come in questo contesto i Fondi abbiano un ruolo essenziale. La formazione dovrebbe coinvolgere anche gli imprenditori e non solo i lavoratori.

Formazione ed innovazione, ha continuato il presidente, rappresentano i due principi cardine della crescita di un Paese e in questo contesto le politiche attive per l’occupabilità e lo sviluppo sostenibile sono due tasselli essenziali di uno stesso percorso.

All’evento sono intervenuti anche Enrico D’Acquisto, direttore generale di Turintech ed Antonio De Matteis di AD kiton. Grazie alle loro esperienze personali di management della formazione aziendale in due settori diversi, rispettivamente l’ingegneria e l’innovazione tecnologica e l’artigianato collegato alla moda, hanno voluto affermare come la formazione continua dei lavoratori, soprattutto quella svolta internamente, sia stata il traino essenziale per il successo aziendale. Gran parte della loro formazione è stata finanziata attraverso i fondi.

Nonostante nel corso degli anni il ruolo dei Fondi sia andato continuamente a rafforzarsi e questi siano riusciti a razionalizzare efficacemente le risorse a disposizione non mancano freni ed incertezze, dovuti a normative poco chiare. In questo senso, è stato infatti chiamato ad intervenire e a dare risposte concrete il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti, il quale più che soffermarsi specificatamente sui punti in questione ha preferito mantenersi sui principi generali. Il ministro condivide come sia arrivato il momento di proseguire sulla stagione delle riforme. Le realtà e i cambiamenti attuali rendono infatti la conoscenza ed il sapere essenziali. La continua innovazione richiede una formazione costante. Poletti ha ribadito l’impegno del governo ad una riflessione su tutti i temi relativi ai blocchi amministrativi, alla relativa normativa, alle politiche attive da attuare e a tutte le questioni che riguardano il settore. A questa riflessione andrà naturalmente data una risposta concreta.

L’intervento più che rassicurare sembra aver deluso la platea, in cerca di risposte concrete alle questioni trattate. Dalle parole del ministro, infatti, si è più che altro percepita una disponibilità a parlare e non la volontà di rispondere concretamente alle richieste e ai bisogni reali della aziende e dei fondi.

Nell’ultima parte del convegno si è svolta una tavola rotonda che ha visto la partecipazione di: Maurizio Del Conte, presidente Anpal; Marco Leonardi, consigliere economico della presidenza del Consiglio; Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria; Tania Scacchetti, segretario confederale Cgil; Luigi Petteni, segretario confederale Cisl e Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil.

Il dibattito si è più che altro concentrato sul ruolo essenziale che la formazione continua ha nello sviluppo del Paese e delle aziende e su come il settore richieda una nuova normativa ed interventi a sostegno che ne garantiscano la certezza e la crescita.

Christian Battistoni

 

 

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