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Aliquote stabili, ma costi e adempimenti pesano: serve un correttivo per artigiani e commercianti

Ancora una stangata per artigiani e commercianti sul fronte dei contributi. Anche se le aliquote Inps restano invariate nel 2026 (al 24% per gli artigiani, al 24,48% per i commercianti, per i quali trova conferma lo 0,48% aggiuntivo per l’indennizzo cessazione attività), crescono gli importi minimi a causa dell’aumento del reddito minimale di riferimento (aggiornato annualmente in base agli indici Istat).

In sostanza, pur non variando le aliquote contributive degli artigiani e dei commercianti, i costi quest’anno salgono a causa della crescita dei prezzi: nello specifico dell’1,4% il reddito minimo di riferimento per il calcolo dei contributi dovuti.

Con la circolare del 9 febbraio 2026, n. 14, è l’Inps a specificare la contribuzione dovuta sui minimali e sui massimali di reddito.

Per il 2026, il reddito minimo annuo da prendere in considerazione ai fini del calcolo del contributo IVS dovuto dagli artigiani e dagli esercenti attività commerciali è pari a 18.808,00 euro. Il contributo calcolato sul reddito “minimale” risulta così suddiviso: 4.521,36 per gli artigiani (4.513,92 Ivs + 7,44 maternità) e 4.611,64 per i commercianti (4.604,20 Ivs e finanziamento indennizzo per cessazione attività commerciale + 7,44 maternità).

Per quanto riguarda la contribuzione sul reddito eccedente il minimale, il contributo per il 2026 è dovuto sulla totalità dei redditi d’impresa prodotti nel 2026 per la quota eccedente il predetto minimale di 18.808,00 euro annui in base alle citate aliquote e fino al limite della prima fascia di retribuzione annua pensionabile pari, per il corrente anno, all’importo di 56.224,00 euro. Per lo scaglione di reddito superiore a 56.224,00 euro, le aliquote sono al 25% per gli artigiani e al 25,48% per i commercianti.

I contributi devono essere versati entro le scadenze indicate nella stessa circolare, mediante i modelli F24 disponibili accedendo al Cassetto previdenziale artigiani e commercianti.

Per i periodi inferiori all’anno solare, i contributi minimi dovuti raggiungono i 376,78 euro al mese per gli artigiani (376,16 Ivs oltre a 0,62 per la maternità) e i 384,31 euro per i commercianti.

La stessa circolare dell’Inps numero 14 del 9 febbraio 2026 ricostruisce “la storia” delle aliquote, conseguenti all’art. 24, comma 22, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 300 del 27 dicembre 2011. La norma ha previsto che, con effetto dal 1° gennaio 2012, le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo delle gestioni pensionistiche dei lavoratori artigiani e commercianti iscritti alle gestioni autonome dell’Inps sono incrementate di 1,3 punti percentuali e, successivamente, di 0,45 punti percentuali ogni anno fino a raggiungere il livello del 24% per tutti i soggetti iscritti alle gestioni autonome dell’Inps. Raggiunto tale “tetto” del 24%, le aliquote sono ormai tutte di questa misura. E continuano ad applicarsi, anche per il 2026, le disposizioni di cui all’art. 59, comma 15, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, relative alla riduzione del 50% dei contributi dovuti dagli artigiani e dagli esercenti attività commerciali con più di 65 anni di età, già pensionati presso le gestioni dell’Istituto. Infine il contributo maternità è di 0,62 euro al mese.

La nota amara, quindi, riguarda non le aliquote, che ormai hanno raggiunto il “tetto” stabilito dalla legge, ma l’aumento degli importi minimi da versare, perché ogni anno cambiano minimale/massimale e quindi la base di calcolo dei contributi fissi. Il costo complessivo naturalmente lievita di molto se si sommano i contributi con le imposte, gli adempimenti, i costi energetici e creditizi, ecc., tutti quegli “orpelli” che continuano a strozzare artigiani e commercianti e quell’articolato mondo di micro-imprese che costituisce il più vitale e tradizionale tessuto economico del nostro Paese.

L’Unsic, da sempre sensibile al tema, presenta una serie di proposte per attenuare il problema:

1. Contributi più proporzionali nei primi anni, con decontribuzione/aliquota ridotta o “graduale” per start-up e nuove iscrizioni (primi 24–36 mesi), per ridurre mortalità d’impresa.

2. Minimale meno rigido per redditi bassi. Meccanismo “a scalini” o “pro-rata” per chi sta sotto determinate soglie, evitando che il contributo minimo diventi un costo incomprimibile che spinge all’irregolarità o alla chiusura.

3. Rateazione automatica e più flessibile. Quindi rate mensili (non solo scadenze trimestrali), attivabili dal cassetto previdenziale senza burocrazia, soprattutto per chi dimostra cali di fatturato o stagionalità.

4. “Premialità regolarità”. Sconti o crediti contributivi per chi resta regolare per più anni (ad esempio, la riduzione progressiva di una quota, oppure l’accesso prioritario a strumenti di sostegno/credito).

5. Credito d’imposta / compensazione per chi assume. Collegare la riduzione del carico contributivo alla creazione di lavoro regolare nelle micro-imprese (artigianato, commercio, servizi), con procedure semplici.

6. Semplificazione “una volta sola”. Riduzione gli adempimenti duplicati, interoperabilità tra Inps–Agenzia Entrate–Camere di Commercio, e comunicazioni standardizzate. Meno tempo sprecato corrisponde ad una maggiore produttività.

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