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Bce, in Italia la quota più alta di imprese vulnerabili

L’Italia, insieme alla Germania, registra la quota più alta di imprese vulnerabili, oltre il 9 per cento. È quanto emerge dal bollettino mensile della Banca centrale europea.

In generale la Bce ha rilevato un aumento delle imprese vulnerabili in tutta l’area euro. A partire dalla seconda metà del 2022, sono aumentati i fallimenti delle imprese, che nel secondo e terzo trimestre del 2023 hanno superato i livelli pre-pandemia, raggiungendo il tasso più elevato da quando sono disponibili i dati, ovvero dal 2015.

L’aumento della vulnerabilità riscontrata nell’indagine Safe è da imputare principalmente alle imprese dell’industria (11 per cento), delle costruzioni (10 per cento) e del commercio (10 per cento). Inoltre, nonostante le piccole e medie imprese (pmi) siano storicamente più fragili dal punto di vista finanziario, sono soprattutto le grandi aziende ad aver subito il maggior aumento in termini di vulnerabilità.

In base al bollettino mensile della Bce, è probabile che l’economia dell’area dell’euro abbia ristagnato nell’ultimo trimestre del 2023. I dati più recenti, infatti, continuano a segnalare una dinamica debole nel breve periodo.

Tuttavia, alcuni indicatori prospettici basati sulle indagini suggeriscono un rafforzamento della crescita su un orizzonte più lungo. Il mercato del lavoro, poi, si conferma robusto, con un tasso di disoccupazione pari al 6,4 per cento a novembre, il dato più basso dall’introduzione dell’euro.

“I rischi per la crescita economica restano orientati verso il basso. L’espansione economica potrebbe risultare inferiore se gli effetti della politica monetaria si rivelassero più forti delle attese. Anche un indebolimento dell’economia mondiale o un ulteriore rallentamento del commercio internazionale graverebbero sulla crescita dell’area dell’euro”, ha rilevato la Bce.

Inoltre, la guerra russo-ucraina e il conflitto in Medio Oriente rappresentano “significative fonti di rischio geopolitico”. Un tale contesto, potrebbe determinare in imprese e famiglie una sfiducia nei confronti del futuro e delle interruzioni negli scambi internazionali.

Al contrario, la crescita potrebbe essere più elevata se l’incremento dei redditi reali comportasse aumenti della spesa maggiori del previsto o se l’espansione dell’economia mondiale fosse più forte delle attese.

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