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Benessere globale al centro della settima edizione di Well@Work

well@work 2024

Stando al Rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile (Bes) del 2022, in Italia il tasso di sedentarietà, ovvero di persone che non svolgono alcuno sport o attività fisica, era pari al 36,3 per cento. Dall’analisi delle più recenti evidenze epidemiologiche risulta che il 37,2 per cento degli italiani non raggiunge i livelli minimi di attività fisica raccomandati dalle organizzazioni internazionali, pari a 60 minuti al giorno per i giovani fino ai 18 anni e a 150 minuti a settimana per gli adulti (dai 18 anni in su).

Questo dato, oltre a determinare effetti negativi sulla salute, si traduce in costi diretti e indiretti sul Sistema sanitario nazionale e, più in generale, sul Paese. Infatti, nonostante l’Italia sia al terzo posto in Europa per aspettativa di vita, pari a 82,7 anni, lo stesso non può dirsi della sua qualità.

Proprio questi temi sono stati al centro della sesta edizione di “Well@Work 2024, A holistic vision of well-being”, tenutasi ieri, 26 marzo, presso lo Stadio Olimpico di Roma. L’evento è stata l’occasione per istituzioni, esperti di wellbeing, società e organizzazioni per affrontare e confrontarsi su tutte le sfaccettature del benessere sul posto del lavoro, e non solo, per portare all’attenzione importanti riflessioni in merito allo stare bene, oggi più che mai messo a dura prova da una continua instabilità finanziaria, emotiva e valoriale.

Si è parlato di salute globale sostenibile, del ruolo dell’attività fisica nel benessere, del panorama sanitario globale, del discomfort, di benessere mentale, di garanzia del sostegno e dell’importanza del welfare aziendale.

Negli ultimi anni, infatti, è emerso un fortissimo desiderio di serenità e un nuovo concetto di benessere che punta a ottimizzare il “consumo del tempo” con un approccio che risponda a necessità di flessibilità e che semplifichi tutte le abitudini di vita.

In tale contesto, un elemento fondamentale è costituito dallo sport, riconosciuto come il terzo attore educativo dopo famiglia e scuola, fattore di inclusione e aggregazione. Come ricordato dal ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, la sua importanza è sancita anche dal comma introdotto di recente all’articolo 33 della Costituzione, che recita: “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.

In quest’ottica, “dobbiamo riuscire ad aumentare le risorse finanziarie pubbliche per investimenti in ambito sportivo, mettendole a sistema, pianificando attività e interventi sulle infrastrutture. È necessario avere una visione in tal senso per elaborare un modello di sport nazionale, che alimenti strategie di lungo periodo con effetti, però, quotidiani che consentano la pratica sportiva, in tutte le sue espressioni, di contribuire e adottare corretti stili di vita per migliorare la qualità della vita stessa”, ha dichiarato il ministro nel suo messaggio di saluto.

Continuando: “Dobbiamo migliorare l’alfabetizzazione motoria e la pratica dello sport nelle scuole di ogni ordine e grado, contrastare la piaga della sedentarietà e della solitudine attraverso la socializzazione sportiva, promuovere la cultura della prevenzione per tutelare al meglio la nostra salute, utilizzando lo sport come farmaco naturale prescrivibile, usare tutte le attività sportive come fattore di mitigazione degli impatti sociali ed economici di disagi, dipendenza e devianze”.

Sport e salute, infatti, sono due fattori strettamene correlati. Anche il migliore dei patrimoni genetici, non può nulla contro gli effetti negativi di una vita sedentaria, di contro l’attività fisica e un esercizio costante hanno numerosi effetti benefici non solo sulla salute fisica, ma anche mentale.

Se poi si considera che una parte importante della nostra vita è costituita dal lavoro, è evidente come questo possa avere un forte impatto sul benessere globale dell’individuo. Non stupisce, quindi, che il 64 per cento degli italiani considera il welfare aziendale una concreta forma di sostegno al reddito e quasi per il 50 per cento dei giovani (Gen Z) è determinante per la scelta del posto di lavoro.

Come sottolineato nel corso dell’evento, infatti, oggi le organizzazioni hanno un ruolo centrale nell’offrire supporto al potere d’acquisto delle famiglie, promuovere il benessere e migliorare l’equilibrio vita-lavoro, ma per continuare a garantirlo è necessaria un’evoluzione di approccio: dall’adozione tattica all’implementazione di una strategia che anticipi i bisogni delle persone, impattando sulla valorizzazione del singolo e al contempo sulla produttività, competitività e sostenibilità di tutta l’organizzazione.

“Le aziende devono smettere di vivere modelli di progettualità solo in chiave di talent acquisition e talent attraction. Dobbiamo provare a vedere l’impatto che le nostre azioni hanno sulla società. Non facciamo parte di un sistema finito. È arrivato il tempo di smettere di guardare a un interesse veloce come può essere il profitto. Le persone possono fare la differenza e lo fanno se stanno bene insieme all’interno delle organizzazioni. Questo può portare a un profitto ben più duraturo”, ha sottolineato Marco Gallo, managing director di Hrc community.

“Stiamo attivando degli osservatori nazionali insieme alle istituzioni, mettendo insieme aziende, istituzioni centrali e locali e nuove generazioni per lavorare su progetti di sviluppo sostenibili. Tra questi osservatori avremo sicuramente un focus su health e wellbeing ma anche sui luoghi di lavoro, sulle sfide quotidiane e su quelle che ci riserva il futuro. Il nostro modello è proprio quello di promuovere una cultura del fare, del realizzare progetti concreti con la collaborazione di tutti: progetti, leggi, cultura”, ha commento a fine giornata di Giordano Fatali, presidente di Hrc group e founder di CEOforLIFE.

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