
Gli otto principali Paesi produttori di petrolio hanno concordato un aumento delle quote di produzione pari a 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La decisione, riferita da fonti vicine all’Opec+ e riportata da Bloomberg e Interfax, arriva in un momento di forte instabilità dei mercati energetici globali.
Tuttavia, secondo quanto già emerso prima dell’incontro, l’incremento rischia di rimanere solo sulla carta. Il conflitto in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno infatti interrotto le esportazioni di alcuni dei principali produttori – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq – ovvero gli unici Paesi in grado di aumentare significativamente l’estrazione.
Dopo cinque settimane di conflitto, i prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata, arrivando quasi a 120 dollari al barile il mese scorso. I futures (contratti a termine standardizzati in cui le parti concordano subito la quantità ed il prezzo) sul Brent (uno dei principali punti di riferimento per il prezzo del petrolio a livello mondiale, estratto principalmente nel Mare del Nord) si sono attestati intorno ai 109 dollari, anche a seguito delle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha promesso un’escalation del conflitto.
Il protrarsi del blocco dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare un fattore critico per i flussi energetici globali. L’aumento dei costi di prodotti come il carburante per jet e il diesel alimenta il rischio di una nuova ondata inflazionistica, con ripercussioni dirette su imprese e consumatori.
Gli effetti della crisi si fanno sentire in modo evidente anche in Italia. Il prezzo del gasolio ha superato i massimi storici in Calabria, Lombardia e Alto Adige, raggiungendo livelli che non si vedevano dal marzo 2022, in piena crisi legata alla guerra in Ucraina. Una soglia critica che potrebbe essere presto superata anche nelle altre regioni, secondo le rilevazioni del ministero delle Imprese e del made in Italy.
Parallelamente, si registra una crescente carenza di cherosene. Aumenta infatti il numero di aeroporti italiani in cui il carburante scarseggia, generando preoccupazione in vista della stagione estiva. Dopo un primo allarme che ha coinvolto quattro scali, un nuovo avviso Notam (bollettini aeronautici) ha riguardato l’aeroporto di Brindisi: le compagnie aeree non potranno effettuare rifornimento e dovranno pianificare le tratte caricando carburante sufficiente negli scali precedenti.
In risposta all’emergenza, il Consiglio dei ministri ha già approvato il 3 aprile 2026 un decreto-legge che introduce modifiche al precedente provvedimento del 27 marzo 2026, n. 38, con l’obiettivo di contenere gli effetti dell’aumento dei costi energetici.
Il decreto prevede la rideterminazione temporanea, dall’8 aprile al 1° maggio 2026, delle aliquote su benzina, gasolio, Gpl e gas naturale utilizzati come carburanti, oltre a quelle sui biocarburanti. L’intervento si inserisce in continuità con le misure già adottate, alla luce dell’eccezionale crescita dei prezzi. Sono inoltre previsti contributi per le imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficienza energetica, in linea con gli accordi con le organizzazioni datoriali. Tra le misure figura anche un credito d’imposta per le imprese agricole, utilizzabile entro il 31 dicembre 2026. Infine, il decreto introduce modifiche ai finanziamenti agevolati destinati al sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, particolarmente colpite dal rincaro dei costi energetici e dalle conseguenze del conflitto.
Per l’Italia, la combinazione di caro carburanti, difficoltà nei rifornimenti e incertezza nei trasporti rischia di tradursi in un impatto concreto su economia e mobilità, proprio alla vigilia della stagione estiva.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori

