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Dossier immigrazione e imprenditoria: le potenzialità dei nuovi lavoratori

Anche se fluido e frastagliato, il mondo delle imprese gestite da immigrati si presenta dinamico e in continua espansione, senza stop imposti dai periodi di crisi globale. Di contro, la pandemia, il conflitto russo-ucraino e l’instabilità in Medio Oriente, hanno inferto un duro colpo alle imprese italiane, portandole all’immobilismo economico e nei casi peggiori alla recessione.

È importante sottolineare che, quando si parla di imprese i cui titolari sono “stranieri”, è compresa anche quella quota di nati all’estero (indeterminabile, sulla base dei dati attualmente disponibili) da cittadini italiani, nati nel Paese in cui i genitori erano emigrati dall’Italia e tornati a vivere qui, da adulti, aprendo un’attività in proprio. E poi ci troviamo ad affrontare il fenomeno, sempre più emergente, rappresentato dalle imprese guidate dalle cosiddette “seconde o nuove generazioni, le 2.0”, che, per il fatto di essere condotte da persone nate in Italia da genitori stranieri, non risultano conteggiate, negli archivi camerali, tra quelle “immigrate”, sebbene a condurle siano spesso giovani di cittadinanza straniera. È, questo, il caso opposto e analogo a quello, prima richiamato, delle imprese “immigrate” gestite da cittadini italiani, dove stavolta è la cultura italiana assorbita dal proprio contesto di nascita a contaminarsi, spesso in maniera feconda, con il retaggio culturale straniero della famiglia d’origine.

Ma a rendere più complesso il quadro interviene anche la natura, oltremodo variegata, delle attività che ricadono sotto la denominazione generica di “imprenditoria”. Si va dal sempre numeroso “popolo delle partite Iva”, composto – oltre che da professionisti e autonomi prestatori d’opera – anche da persone costrette a formalizzare un profilo di lavoro autonomo (o come estremo tentativo, per i non comunitari, di assicurarsi il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro, pur avendo perso un impiego regolare subordinato, per preservare il proprio status di regolarità giuridica; o per “mascherare” un rapporto di lavoro de facto subordinato), alle imprese individuali (con titolare responsabile unico, eventualmente affiancato da collaboratori o dipendenti, solitamente scelti tra i propri familiari), le quali – anche perché non hanno bisogno di un atto pubblico per la loro costituzione – ancora oggi rappresentano la maggioranza delle attività condotte da immigrati, fino alle forme d’impresa più strutturate (di capitali e gestite da consigli di amministrazione), che però, sebbene in costante crescita, restano ancora decisamente minoritarie.

In questo contesto fluido e variegato, dove si intrecciano multiculturalità, gap generazionali e modalità di gestione, il Centro studi e ricerche Idos nel suo Rapporto immigrazione e imprenditoria 2023, in collaborazione con Cna, individua almeno due caratteristiche trasversali, che costituiscono degli imprescindibili puntelli per politiche nazionali che intendano sostenere e promuovere, soprattutto per il rilancio del sistema Paese, l’imprenditorialità immigrata in Italia. L’inarrestabile crescita delle imprese immigrate (+42,7% in 10 anni) potrebbe rappresentare infatti un asse dell’economia italiana sul quale investire. La prima caratteristica trasversale è l’intrinseca vocazione transnazionale: anche qualora non svolgano (ancora) un’attività di scambio commerciale o economico tra Paesi/aree di provenienza dei titolari e l’Italia, il fatto che gli imprenditori immigrati abbiano un legame originario con l’estero fa delle loro attività dei potenziali agenti di economia transnazionale, anche in un’ottica di cosviluppo. La seconda caratteristica trasversale, di potenziale interesse all’investimento nazionale, riguarda il portato di innovatività e creatività che spesso caratterizza l’imprenditorialità immigrata promossa dalle nuove generazioni e che – anche per le appartenenze multiple e l’internazionalismo, che ne segnano i percorsi di vita – riescono non di rado a esprimere nei propri campi di applicazione, dando vita avere e proprie start up.

La crisi demografica che strozza il Paese da molti anni, congiunta alla ripresa dell’emigrazione all’estero da parte di molti giovani (italiani e stranieri) anche altamente qualificati, sta riducendo strutturalmente la capacità di ricambio autoctono delle leve produttive, provocando una contrazione della base occupazionale (dove, in mancanza di rimpiazzi, i posti di lavoro lasciati vacanti dai pensionati non vengono rilevati e si perdono) e un suo rapido invecchiamento (si esce dal lavoro in età sempre più avanzata). Ed è proprio questa mancata immissione nel sistema di nuove energie, nuove idee, nuove modalità di produzione a impedire, all’intero sistema Paese, di stare al passo con le economie più avanzate e dinamiche.

Come ha fatto notare Antonio Ricci, vicepresidente Centro studi e ricerche Idos, “nella Silicon Valley, un imprenditore su due è immigrato. Questo ci fa comprendere la grande potenzialità dei lavoratori immigrati”. La necessità di irrorare nuova vitalità all’economia italiana attraverso l’integrazione lavorativa dei cittadini stranieri, viene ribadita anche da Andrea Lasagni, professore ordinario di Politica Economia presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Parma. “Per spiegare la fragilità del sistema economico italiano vorrei riprendere l’articolo dell’economista Alessandro Penati apparso di recente sul giornale Domani. Penati paragona il capitalismo italiano a un ghiacciaio: sembra immobile, ma inesorabilmente si ritira, questo perché soggetti e temi sono sempre gli stessi e mentre il resto del mondo si muove, ogni giorno il nostro mercato diventa sempre più privo di vitalità”.

L’innesto della forza lavoro straniera nel tessuto economico italiano trova però più di qualche difficoltà, non solo culturale ma anche strutturale. Il cambiamento deve partire dalle istituzioni e si deve basare sulla collaborazione di tutte le parti interessate. Il direttore generale Immigrazione e Politiche di integrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali Stefania Congia, ha sottolineato l’innegabile problema della burocrazia italiana, con la sua lentezza e con l’imperfezione dei suoi strumenti. “Il decreto flussi è sì uno strumento imperfetto – ha dichiarato Stefania Congia – ma rappresenta comunque un passo in avanti perché per la prima volta, viene sperimentata una programmazione su base triennale per fissare le quote dei lavoratori stranieri che possono entrare legalmente in Italia per lavorare”.

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