
I Fondi interprofessionali, cioè quegli organismi paritetici – costituiti da datori di lavoro e sindacati – che raccolgono lo 0,30% dei contributi Inps versati dalle aziende e li reinvestono nella formazione continua per i dipendenti, hanno nuove regole. Lo scorso 12 gennaio è stato pubblicato sul sito istituzionale del ministero del Lavoro e delle politiche sociali il decreto direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026 che adotta le nuove Linee Guida (con quattro allegati tecnici) in materia di attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua.
Ciascun Fondo, entro 180 giorni dall’entrata in vigore delle Linee Guida, dovrà trasmettere al ministero il proprio Regolamento di gestione e organizzazione, che dovrà essere approvato entro 120 giorni. Includerà i criteri e le procedure per l’individuazione, l’autorizzazione o l’accreditamento degli enti erogatori della formazione.
La “mini-riforma”, che aggiorna e riorganizza le disposizioni precedenti (Linee Guida dell’Anpal), supera di fatto la Circolare del ministero del lavoro n. 36 del 18 novembre 2003 e la Circolare Anpal n. 1 del 10 aprile 2018 e i rispettivi atti esplicativi emanati, che costituivano il riferimento normativo precedente, insieme all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000 n. 388 che ha istituito i Fondi, assicurando norme in materia di loro attivazione, funzionamento e vigilanza.
Il nuovo documento consta dunque delle Linee Guida raccolte in 33 pagine e di quattro allegati tecnici, per un’altra cinquantina di pagine (standard di funzionamento, scheda di regolamento generale, schema di rendiconto finanziario per cassa e sistema informativo integrato di monitoraggio e vigilanza).
Vengono circostanziati innanzitutto i requisiti organizzativi necessari, con la conferma della pariteticità tra organizzazioni sindacali e datoriali. In sostanza i Fondi paritetici interprofessionali, che ad oggi sono una ventina, continueranno ad operare per finanziare interventi di formazione continua (ad esempio corsi sulla digitalizzazione, di lingue, sulla sicurezza, ecc.) a favore dei lavoratori attraverso la dotazione alimentata dal contributo obbligatorio dello 0,30% della retribuzione lorda. Possono essere attivati piani formativi (aziendali, settoriali, territoriali) gratuiti o a costi ridotti, per accrescere competenze, produttività e competitività aziendale. L’obiettivo è l’aggiornamento e la valorizzazione del personale, aumentandone la motivazione, la produttività e la competitività e migliorando complessivamente i processi organizzativi.
Pur restando inalterati gli accordi tra le parti sociali, viene posta attenzione sulla capacità del Fondo di garantire nel tempo una struttura organizzativa idonea, insieme a procedure coerenti e a meccanismi di gestione compatibili con l’obiettivo pubblico di finanziare formazione continua in maniera ben organizzata e riscontrabile.
La gestione operativa, all’interno delle nuove regole, sarà comunque svolta dal Fondo secondo procedure definite dal Fondo stesso, nell’ambito della propria autonomia.
Le novità più significative del documento riguardano i parametri per la trasparenza contabile e la gestione delle risorse finanziarie. Ad esempio, ci dovrà essere maggiore trasparenza sulle spese e sull’utilizzo delle risorse destinate alla formazione continua. Per prevenire distorsioni, le verifiche saranno più omogenee e avverranno attraverso controlli periodici.
Il decreto, pertanto, interviene innanzitutto in materia di gestione, rendicontazione e controllo delle risorse destinate alla formazione continua, definendo criteri organizzativi, regole contabili e categorie di spesa ammissibili.
Un ruolo rilevante è riservato al monitoraggio ministeriale, con la previsione di un sistema informativo integrato (SI-FP Fondi) per calamitare tutti gli elementi utili ad assicurare un quadro del sistema delle politiche realizzate dai Fondi, consentendo la raccolta e la conservazione delle attestazioni nel contesto del Sistema informativo delle attestazioni (Sial) del ministero del Lavoro, nonché le informazioni relative a vigilanza e controllo.
Alla vigilanza, nel dettaglio, è dedicato un capitolo centrale che, tra l’altro, formalizza i casi in cui possono essere attivati strumenti di intervento, quali il commissariamento, la liquidazione o la revoca dell’autorizzazione.
Tra le novità, la possibilità di gestire risorse aggiuntive, rispetto allo 0,30% versato dalle aziende all’Inps, per accrescere le occasioni di formazione.
La novità sta ovviamente suscitando reazioni tra i protagonisti del mercato del lavoro.
Matteo Colombo, Giorgio Impellizzieri e Michele Tiraboschi hanno pubblicato un intervento, riportato nell’ultimo Bollettino Adapt (19 gennaio 2026), in cui innanzitutto parlano di un’operazione “creatrice di nuovo diritto” e non di semplici Linee Guida, che “toccano pressoché ogni aspetto del funzionamento dei fondi paritetici interprofessionali, ridefinendone il ruolo, l’assetto organizzativo, le modalità di gestione delle risorse e i rapporti con l’amministrazione pubblica”.
Se l’intervento si caratterizza per “un marcato ampliamento delle funzioni attribuite ai fondi”, chiamati a operare “non solo nella formazione continua dei lavoratori occupati, ma più in generale nell’ambito delle politiche attive del lavoro”, parallelamente si registra “un significativo irrigidimento della disciplina regolatoria, con la definizione di rigorosi standard di funzionamento nonché di nuovi e ulteriori vincoli finanziari con obblighi di spesa e meccanismi di vigilanza e controllo particolarmente penetranti”.
Gli autori ricordano, tra l’altro, la contraddizione tra voler assicurare maggiore spazio alla formazione e il prelievo forzoso dello 0,30% di cui alla legge n. 190/2014 che rimane tuttora vigente (in poco più di dieci anni lo Stato ha sottratto ai fondi oltre un miliardo di euro secondo le stime di Adapt).
Altro punto di discussione sono i due canali di finanziamento delle attività formative, il conto collettivo e quello individuale, dove ora può confluire al massimo l’80% delle risorse versate dall’impresa e le somme vanno spese entro due anni, pena il loro riversamento nel conto collettivo, quindi un intervento “prescrittivo, con vincoli non previsti nella fonte primaria”.
E ancora: “A ciò si aggiunge l’introduzione di percentuali minime di erogazione delle risorse, pari al 70% su base triennale e all’85% a partire dal 2030, il cui mancato rispetto può condurre al commissariamento del fondo”.
Altra critica riguarda l’attestazione delle competenze. Secondo i tre esperti, manca del tutto, nel disegno delle linee guida, una previsione sulla qualità e i contenuti della formazione finanziata. “L’attenzione è rivolta agli aspetti formali e all’attestazione del percorso, non al raggiungimento dell’esito formativo. In assenza di indicazioni per la promozione della qualità della formazione finanziata, il rischio è quello di rafforzare modelli tradizionali di apprendimento basati sulle ore erogate piuttosto che sui contenuti e sulle competenze effettivamente acquisite, e sulla coerenza con i fabbisogni effettivamente espressi da lavoratori e imprese – è il commento.
In conclusione, Colombo, Impellizzieri e Tiraboschi, pur salutando positivamente l’attenzione del decisore pubblico al tema della formazione continua e alla valorizzazione del ruolo dei fondi interprofessionali all’interno delle politiche attive del lavoro, criticano l’impianto complessivo delle Linee guida in particolare sul punto di equilibrio tra collaborazione e controllo. “La cooperazione tra pubblico e privato, così come quella tra pubblico e soggetti collettivi, rappresenta una direttrice auspicabile e, in molti casi, necessaria. Essa rischia tuttavia di perdere efficacia se si traduce in una regolazione eccessivamente minuta dell’operatività, che finisce per comprimere l’autonomia dei Fondi e la loro capacità di rispondere in modo flessibile ai fabbisogni di imprese e lavoratori. La sfida, allora, non è tanto quella di rafforzare ulteriormente i vincoli, quanto di costruire un modello di governance in cui il controllo pubblico garantisca trasparenza e correttezza, senza trasformarsi in una gabbia che svuota di significato il ruolo del collettivo organizzato”.
Per leggere le Linee Guida ministeriali, cliccare due volte QUI.

UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
