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Una bufera sul futuro del miele

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Le stagioni, ed il clima, oltre ovviamente al terreno, sono i fattori primari nella produzione agricola, per quanto riguarda l’allevamento a questi fattori va associata la salute dell’animale che ovviamente è frutto di diversi fattori; l’apicoltura è la sintesi di queste due discipline oltre che essere uno dei fattori protagonisti della vita. Le api sono una risorsa economica enorme della natura. Un alveare contiene fino a 50.000 insetti, in Europa ci sono miliardi di api e ogni volta che una esce dall’alveare impollina un centinaio di fiori, «lavoro» che produce, solo nell’Unione Europea, miliardi di euro. L’importanza dell’impollinazione è incommensurabile per l’ecosistema: senza api centinaia di piante scomparirebbero. L’impollinazione prodotta dalle api è essenziale per il kiwi, le noci brasiliane, le angurie, le zucche, gli zucchini, le noci di macadamia, i maracuja, il cacao e la vaniglia oltre ad essere di grande importanza per i mirtilli, le more, i lamponi, le pere, le pesche, le mandorle, le ciliegie, le amarene, le albicocche, gli avocado, i mango, le mele, il cardamomo, i cetrioli, il coriandolo, le noci di cola, le rape e gli anacardi. Secondo dati Fao le api sono responsabili di quali il 70% dell’impollinazione delle colture più importanti, come frutta e verdura. Al di là della varietà specificatamente impollinate dalle api, l’’Onu nel 2014 ha stimato la perdita di circa il 90% delle coltivazioni alimentari in caso di scomparsa di questi insetti. Tralasciando l’enorme danno economico, questo significa mettere una grande ipoteca sulla vegetazione globale. La scomparsa delle api metterebbe a rischio non solo la nostra sicurezza alimentare, ma anche ambientale e sociale, minacciando seriamente il futuro del pianeta. Le api sono preziose non solo per ciò che creano ma anche per cosa ci comunicano rappresentando un indicatore ambientale straordinariamente sensibile, veri e propri bioindicatori capaci di intercettare immediatamente le sostanze inquinanti”.

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Ad esempio le api evitano i campi Ogm, a tal punto da trasmettere messaggi di allarme anche alle loro compagne che non hanno ancora sorvolato coltivazioni transgeniche, o ancora si rifiutano di rientrare negli alveari se nei paraggi vengono piazzati ripetitori o congegni elettromagnetici. Prende forma quell’ermetica citazione attribuita talvolta ad Albert Einstein ed altre all’Unione Nazionale Apicoltori francesi: “se le api scomparissero dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, eppure i miracolosi insetti scompaiono dai campi a ritmo serrato. Gli apicoltori ne trovano sempre di più morte sotto gli alveari e la produzione di miele cala in tutto il mondo. Colpa sia del clima altamente sfavorevole per gli sbalzi climatici con l’inverno caldo e l’estate fredda, e colpa anche dei fattori inquinanti riscontrati nei fitosanitari che pare contribuiscono all’infertilità dei fuchi. A tutto questo si aggiunga la diffusione massiccia della monocoltura in agricoltura fa sì che ci sia un solo tipo di fiore, spesso non appetibile per le api, le quali hanno meno varietà a disposizione, e che spesso una minor produzione incide anche fortemente sull’alimentazione dell’insetto che quindi avendo poche forze, il loro raggio d’azione diminuisce, muoiono prima e fanno più fatica a reagire alle malattie. Per gli apicoltori, però, a differenza di altre categorie, è praticamente impossibile dimostrare i danni subiti e, di conseguenza, ricevere dei contributi. Questa è pertanto una bruttissima annata per il miele che non si vedeva da cinquant’anni con la produzione ridotta del 50 per cento in tutto lo Stivale (salvo qualche eccezione che pure si è verificata). Il calo del 2016 si verifica dopo la leggera ripresa dello scorso anno rispetto al 2014, quando si è toccato il minimo storico dall’Unità d’Italia, per effetto degli attacchi del cinipide che aveva provocato nei boschi italiani una vera propria strage. Con la frenata della produzione nel centro-sud, oltre al danno economico, si profila il rischio di trovarsi nel piatto, senza saperlo, castagne straniere provenienti soprattutto dalla Spagna, dal Portogallo, dall’ Albania.

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Il fenomeno investe i produttori di tutta Italia e determina un aumento del prezzo del miele che oscilla tra il 10 e il 20%. Continua l’autunno nero della produzione made in Italy, con la produzione di  miele in rapida discesa e l’aumento dei prezzi nel 2016 la produzione calerà del 70 per cento: giunti i ricercatori dell’Istituto per la Salute delle Api dell’Università di Berna, in Svizzera, nel corso di indagini sulle ragioni della morìa delle api cui ora si aggiungerebbe una nuova causa: l’azione contraccettiva dei neonicoinoidi, categoria di fitofarmaco ad azione neurotossica, da tempo messa sotto accusa e in parte bandita per la pericolosa azione dimostrata nei confronti delle api e degli altri insetti impollinatori. Lo sviluppo dei fuchi di Apis mellifera è stato studiato in un ambiente controllato, con alveari le cui scorte di polline erano state contaminate con due neonicotinoidi: thiametoxam e coothianidin. L’alimentazione di questo tipo ha determinato una riduzione del ciclo di vita dei fuchi, una riduzione della quantità di sperma pari al 39%. Una diminuzione di valori che secondo i ricercatori potrebbe avere gravi conseguenze: il trasferimento dello sperma dal fuco all’ape regina, infatti, prevede un percorso che dall’organo riproduttore alla spermateca può durare fino a quaranta ore prima di iniziare ad espletare gli effetti richiesti da un normale processo biologico. La perdita di vitalità dello sperma dei fuchi, a causa di quest’azione “contraccettiva” dei neonicotinoidi. Il pericolo di produzione quasi pari a zero è davvero alta per gli apicoltori che non praticano il nomadismo, c’è infatti possibilità di ripresa con altre varietà date da castagno, millefiori e tiglio di montagna; la produzione di miele d’acacia quest’anno è davvero molto scarsa, a fronte di una grande richiesta da tutta Italia che non si riuscirà a soddisfare proprio per mancanza di prodotto. A queste piaghe atmosferiche si aggiungano i costi di produzione insostenibili, a partire dall’acquisto di un medicinale veterinario utilizzato per combattere l’acaro Varroa che attacca le api: secondo un rapporto del World Watch Institute un terzo degli alveari di ape domestica è già scomparso e la stessa sorte tocca alle specie selvatiche. alvearicitta

Al danno naturale si aggiunge quello economico perché il valore dell’impollinazione delle piante è stimabile intorno ai 10 miliardi di euro l’anno nel mondo. Ma gli apicoltori sono ancora fiduciosi e si ingegnano sempre più per migliorare la condizione delle arnie, sia aumentando la biodiversità che sperimentando nuove tecniche che di primo acchitto potrebbero sembrare paradossali, come ad esempio il progetto UrBees che pratica l’apicoltura urbana in città come Torino, Milano e Roma.

Nonostante quanto affermato rispetto all’intolleranza delle api per l’inquinamento è curioso, ma si può tranquillamente affermare che le api in città vivono meglio che nelle campagne pochè l’inquinamento urbano non causa la strage di api, cosa che invece avviene a causa dei pesticidi e i fertilizzanti chimici usati nelle campagne. Le api succhiano il miele dall’interno del fiore, evitando così lo smog che si accumula eventualmente sulla parte più esterna, mentre l’azione degli agenti chimici spruzzati sulle coltivazioni agricole è per loro letale. Questa iniziativa è già portata avanti in metropoli come New York, Tokyo e Londra per riavvicinarsi alla natura: è questa la vera avanguardia! Il progetto UrBees partito da Torino produce 400 chili di miele urbano, rispetto agli 80 di due anni fa e mira a sistemare gli apiari in residenze private, musei, centri socio-culturali, orti urbani. Questo progetto contribuisce sia di monitorare le aree di raccolta di nettare e il polline delle api, in modo da favorire lo sviluppo della flora circostante, il secondo è quello di tracciare una mappa della biodiversità urbana, in ottica di protezione e stimolo allo sviluppo del verde cittadino.

 

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