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Innovazione e tipicità per un’agricoltura più forte

Intervento del presidente Unsic Domenico Mamone ad “Assaporagionando”, Acri (Cosenza), 15 marzo 2023

Questo incontro arriva, con grande puntualità, alla partenza di una nuova storica fase della PAC, il quinquennio 2023-27. Con tempestività necessaria, ci troviamo a guardare ai prossimi cinque anni, a solo poche settimane dalla pubblicazione del documento finale di programmazione, il Complemento di programmazione per lo Sviluppo Rurale, che la Regione Calabria ha diffuso appena ai primi di gennaio.

Come presidente dell’Unione nazionale sindacale imprenditori e coltivatori, confederazione nazionale che ha però in Calabria e in altre regioni del Mezzogiorno le sue radici più profonde, ho il piacere di intervenire nel dibattito e portare il nostro contributo.

Diciamo subito che la parte che riteniamo più interessante della nuova Politica agricola fino al 2027 consiste nell’evidente connessione tra politiche agricole moderne, sviluppo e transizione ecologica. Sono finiti i tempi in cui l’agricoltura era percepita come un settore tradizionale dell’economia, a metà tra memorie del passato, folclore, persino arretratezza. Anzi, in un tempo in cui noi assistiamo all’obsolescenza rapidissima di molte tecnologie, e alla riduzione di certi impianti in archeologia industriale, vediamo anche tutta la modernità, la necessità dell’agricoltura. E’ l’agricoltura a giocare un ruolo crescente nelle politiche di difesa del clima contro il riscaldamento globale, è l’agricoltura ad essere tornata un settore strategico, adesso che si ripropone il tema della sicurezza alimentare, sicurezza sia in termini di tutela della salute, sia in termini di garanzia di riserve e scorte che non siamo più sicuri che potremmo garantire approvvigionandoci sul mercato internazionale. Per questo ruolo strategico dell’agricoltura, appare indispensabile l’intervento pubblico: le politiche pubbliche per l’agricoltura, italiane ed europee, devono diventare sempre più trasparenti e comprensibili al grande pubblico, è una questione di democrazia e di partecipazione. Appare quindi necessario che di agricoltura si parli di più, sui mass-media e nel dibattito pubblico, e che si investa di più, non soltanto in termini di risorse finanziarie, ma di risorse umane, competenze, cultura.

Vogliamo partecipare con continuità a questo processo di nuova centralità dell’agricoltura. Come stakeholders (soggetti privati che sono però portatori d’interessi che devono essere riconosciuti per il loro valore generale, e che hanno diritto a partecipare alle decisioni pubbliche) siamo e saremo presenti ad ogni tavolo, in ogni sede di confronto, discussione, partecipazione. Questo è il nostro ruolo di sindacato d’impresa. Siamo anche una rete di Centri di assistenza agricola: crediamo che ogni singolo coltivatore non debba essere lasciato solo. Siamo un’organizzazione di coltivatori, professionisti, imprenditori di varie discipline: anche per questo voglio qui sottolineare l’aspetto multifunzionale dell’agricoltura del futuro.

L’agricoltura non è soltanto un settore produttivo, ma ha anche una dimensione culturale, sociale ambientale, ecologica, paesaggistica. Per questo è una grande questione politica: e chiediamo quindi che la politica, il governo e i governi regionali, si assumano fino in fondo le loro responsabilità.

Circa il nuovo documento di Complemento di programmazione, rileviamo positivamente alcuni aspetti: intanto, è giusto e coraggioso che si dica che occorra una maggiore concentrazione agricola, cioè un aumento della dimensione media delle aziende: ancora queste talvolta sono ferme alla dimensione dell’antica riforma agraria del 1950, e questo sottodimensionamento ha favorito nel tempo un’agricoltura, lo sappiamo bene, dove parte considerevole della produzione era rivolta all’autoconsumo e dove la piccola azienda agricola era tecnicamente antica e in difficoltà col ricambio generazionale. Se noi vogliamo che questo ricambio generazionale si faccia, senza illusioni, dobbiamo proporre un nuovo profilo di imprenditore agricolo, che non è marginale nella società, che ha elevata livello di istruzione e prestigio sociale. Per questo è necessario, e qui prendiamo atto delle proposte dei programmi “Leader” (per lo sviluppo dei servizi e della qualità della vita nelle aree rurali) e “Akis” (per le reti e l’accesso alla tecnologia).

La Calabria, lo sappiamo, ha vissuto, e vive tuttora, un problema di spopolamento, particolarmente nelle aree interne, che impatta disastrosamente sulla demografia e sul futuro stesso della nostra Regione. Non possiamo che individuare nella mancanza di sicurezza e di servizi una problematica che coinvolge in primo luogo i giovani, sia quando devono pianificare una nuova attività economica, sia quando devono decidere dove abitare, magari dove mettere su famiglia; si tratta di creare le “esternalità positive” che permettano alle persone, prima ancora che alle aziende, di vivere bene nei tanti territori cosiddetti marginali, creando un quadro generale di infrastrutture e servizi che migliori tutta la qualità della vita, non solo occupazione e produzione. Il tema delle infrastrutture è cruciale: quelle che permettono alle aziende agricole di raggiungere i mercati dai luoghi di produzione, e che in Calabria è da sempre un punto dolente significativo, e quelle che consentano agli agricoltori e alle loro famiglie di non sentirsi isolati sulla loro terra. Qui c’è da segnalare una necessaria sinergia con il Pnnr (piano nazionale di ripresa e resilienza): abbiamo in questi mesi, non in un lontano futuro, da impiegare il Pnnr per quegli obiettivi detti di “rivoluzione verde” che coinvolgono per esempio la produzione di biogas, gli impianti agrovoltaici, il risparmio di acqua. E tutto questo deve essere inserito in un salto di qualità delle infrastrutture che superino la situazione di eterna condanna alla perifericità della Calabria. Come Unsic, ci siamo spesso occupati della Snai, la Strategia nazionale delle aree interne, le aree dove la popolazione continua a invecchiare e diminuire. Non dico che la Snai da sola poteva fermare tutto questo, risolvere i nodi delle distanze tra piccoli centri delle aree interne e servizi ospedalieri; le difficoltà di accesso alla Rete a banda larga e a volte anche al wi-fi; la carenza di collegamenti su rotaia; ma certo non siamo in ritardo su tutti questi fronti e in permamente difficoltà.

L’opportunità del Pnnr non può essere persa, e questo è un tema tutto nelle mani della politica, di governo e di opposizione.

Nel documento di sintesi nazionale sulla Pac, se non vado errato, la Calabria è citata soltanto una volta: poco! Il tema è però importante: sappiamo che la filiera agrumicola è una filiera troppo lunga, complicata da troppe intermediazioni, che ha provocato un problema di prezzi di vendita troppo bassi all’inizio della catena, mettendo in difficoltà i produttori, e scaricando poi i problemi sulla retribuzione dei braccianti, con uno sfruttamento di manodopera precaria e immigrata che rappresenta tutto quello che non vorremmo: noi siamo per una filiera più corta e trasparente, e per condizioni di vita dignitose per tutti, sia che si tratti di italiani e italiane che ritornano alla terra invece di fuggirne, che di stranieri accolti in dignità e sicurezza, non come “esercito di riserva” da sfruttare con modalità di retroguardia. Vedete, anche qui, come il tema dell’agricoltura non è a sé stante, ma si intreccia con questioni sociali, come quella migratoria, di grande dimensione e importanza.

L’intreccio più importante, oggi, è tra agricoltura e transizione ecologica: sappiamo che negli ultimi decenni si è estesa la superficie boschiva italiana, e questo dato viene letto come sintomo di abbandono e spopolamento: può essere anche un’opportunità. Sappiamo dell’importanza delle aree boschive per il contenimento del Global Warming: ma queste aree possono essere mantenute, ed anche estese, tornando a gestirle: per esempio, rilanciando la produzione di materiali legnosi, razionalizzando quindi la risorsa boschiva, anche ricordando che il consumo di prodotti del legno per produrre energia ha un impatto sulla produzione di C02, come si spiegano gli scienziati, molto più sostenibile di quello dei combustibili fossili, mantenendo un ciclo sostenibile di produzione dell’anidride carbonica che poi viene di nuovo assorbita dalle foreste se ben gestite.

Ci dobbiamo quindi porre il tema di un migliore utilizzo della risorsa legname e del patrimonio, di cui la Calabria è ricca, ma che non sempre vede un impiego adeguato. La promozione di forme di allevamento non intensivo, compatibili con le foreste, impiegando varietà tipiche (il suino nero, per fare l’esempio più banale, e anche una riscoperta dell’allevamento caprino, per fare un esempio meno scontato) potrebbe completare il quadro di una patrimonio forestale non più lasciato all’abbandono, salvo ovviamente quelle aree dei parchi nazionali dove si mira a ricostituire quelle foreste cosiddette vetuste (qui vetusto non è un dispregiativo, vuol dire quasi incontaminate) che sono un valore in sé, e che hanno un diverso valore scientifico e turistico. Si discute molto oggi anche della convivenza tra allevamento e grandi mammiferi selvatici, oggi che le azioni di salvaguardia hanno salvato lupo e orso dell’Appennino dall’estinzione, ed è un bene, ma deve allora cambiare anche l’atteggiamento nella gestione e nella tutela, in primo luogo difendendo la pastorizia: sappiamo che è possibile, sviluppando in primo luogo l’allevamento e l’addestramento dei cani da guardania. Qui la Calabria ha risorse antiche, razze canine proprie, senza bisogno di importare pastori del Caucaso, dell’Anatolia e neppure abruzzesi…

Ho presente che il tragico fatto della ragazza, due estati fa vicino Badolato, uccisa da cani pastore fuori controllo, indica che nulla, in agricoltura, si ottiene senza un attento lavoro di allevamento e addestramento di cani adeguati e affidabili, che nel triste caso a cui mi riferisco è evidentemente mancato. Il sostegno del PSR anche a quest’aspetto è di importanza non marginale, per la convivenza, di pastorizia e turismo ecologico, dell’economia tradizionale con la nuova economia del turismo dei parchi.

Esistono poi precise sfide sul versante della produzione: è cosa nota che il consumo di olio d’oliva è superiore alla produzione; cerchiamo dunque di produrre di più, e produrre bene, prima di stracciarci le vesti per l’olio tunisino o spagnolo: è evidente che il mercato prende il prodotto dove lo trova… noi consideriamo l’olivicoltura il pezzo più pregiato della nostra agricoltura. Circa i prodotti tipici, occorre dire una verità spiacevole: dei molti prodotti Doc o Dop, soltanto pochi hanno quantità di export e di presenza sui mercati significativi: non basta quindi un marchio protetto per garantire, così in automatico, il successo sui mercati. Agricoltura e marketing, agricoltura e informazione, ancora, collaborazione tra competenze diverse, o non faremo uscire i nostri prodotti tipici dal folclore, magari simpatico, per renderli davvero competitivi, conosciuti, attraenti per i consumatori di tutto il mondo. I prodotti tipici e tradizionali richiedono una valorizzazione adeguata ai tempi, una capacità di distribuzione che non abbiamo ancora, una capacità di informare il consumatore, che non li conosce al di fuori delle realtà locali. Il te3ma della comunicazione viene spesso affrontato con superficialità: non basta qualche sito web e qualche volenterosa campagna promozionale, occorrono sinergìe aziendali, collaborazione pubblico-privato, e fine delle chiusure di tipo campanilistico o lobbistico, creando una maggiore proiezione sui mercati anche attraverso la maturazione dello strumento di fiere moderne e dotate di adeguata visibilità e credibilità: lasciatemi dire che AssapoRagionando è un caso di iniziativa che avrebbe meritato maggiore sostegno e solidarietà, sia istituzionali che tra le imprese.

Su tutti questi versanti, che qui ho toccato in maniera necessariamente sintetica e spero non troppo approssimativa, Unsic intende fare la propria parte.

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