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Lavoro: il punto su occupazione, salari e Ccnl

La matematica, si sa, è l’unica scienza esatta. Ma quando si parla di numeri, non sempre tutto è lineare e comprensibile. Capita così che, analizzando quantitativamente i dati economici sotto varie dimensioni, se da una parte si sale, dall’altra si scende. Ci si ritrova per esempio a entusiasmarci per la crescita del Pil, per l’aumento dei posti di lavoro, ma al tempo stesso ci si scontra con la diminuzione dei salari e la conseguente perdita del potere di acquisto dei consumatori.

Andiamo per ordine e leggiamo i dati. Secondo le stime provvisorie dell’Ocse, nel secondo trimestre 2023, cresce il Pil in tutta l’area del G20, +0,7 per cento, rallentando però dell’1 per cento rispetto al trimestre precedente, come riflesso della decelerazione dell’economia cinese, accompagnato anche da un calo del commercio di merci del G20. Questo andamento si riscontra anche osservando il Pil italiano che nel primo trimestre 2023 segnava +0,6 per cento, mentre nel secondo -0,4 per cento. Abbiamo perso meno di ciò che abbiamo avuto, quindi, come direbbero i migliori telecronisti di calcio, “palla al centro”.

Ci sono poi gli ultimi dati rilasciati dall’Inps che parlano di un saldo positivo di 459mila posizioni di lavoro contabilizzate nel mese di giugno. Come si legge dal rapporto pubblicato dall’Osservatorio sul precariato, “complessivamente le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati nel primo semestre del 2023 sono state 4.287.000, in leggera flessione rispetto allo stesso periodo del 2022 (-1 per cento) ma comunque superiori al livello pre-pandemico del primo semestre 2019. In flessione, rispetto al 2022, risultano quelle di contratti in somministrazione (-9 per cento), a tempo indeterminato (-6 per cento) e in apprendistato (-4 per cento); tutti gli altri contratti registrano una leggera crescita: lavoro intermittente +3 per cento, stagionali +2 per cento e tempo determinato +1 per cento”.

Resi noti anche i numeri delle cessazioni, che “nei primi sei mesi del 2023 sono state 3.286.000, in diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-3 per cento). Concorrono a questo risultato i contratti a tempo indeterminato (- 8 per cento), i contratti in somministrazione (-7 per cento) e i contratti in apprendistato (-6 per cento). In controtendenza invece risultano i contratti a tempo determinato (+1 per cento), i contratti stagionali (+3 per cento) e quelli di lavoro intermittente (+4 per cento)”.

Commenta con soddisfazione i risultati sintetizzati dall’Inps il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. “I dati diffusi dall’Inps parlano chiaro: nei primi sei mesi del 2023 si è registrato un saldo positivo di un milione di contratti. È chiaro che le politiche del governo stanno funzionando, portando ottimi risultati anche sul fronte dell’occupazione – si legge dalle pagine di Libero. “Puntiamo su provvedimenti come il decreto lavoro, diventato legge, il taglio del cuneo fiscale e il sostegno ai redditi medio-bassi – continua Durigon – abbiamo dimostrato che questa è davvero la strada giusta per dare risposte concrete ai nostri lavoratori e imprenditori. Continueremo a insistere per spingere nella direzione della crescita e dell’occupazione”.

Sembrerebbe andare tutto bene. Ma, c’è sempre un ma. L’universo lavoro è complesso e articolato e per averne una comprensione non parziale, c’è bisogno di considerare le altre variabili che lo compongono.

Una di queste è sicuramente legata ai salari e alla contrattazione collettiva nazionale. I salari medi degli italiani, rispetto a quelli dei cugini europei, sono fermi al palo da vent’anni. I dati presentati dall’Ocse relativi al periodo 1990-2020 parlano chiaro: l’Italia è l’unico Paese europeo che ha subito una contrazione del 2,9 nel ventennio considerato. Il record negativo si è verificato tra il 2019 e il 2020, con un calo del 5,7 per cento e il ritorno dei salari ai livelli del 1996.

Il nostro governo è alla ricerca di una soluzione, tra bonus e taglio del cuneo fiscale. Intanto il presidente Giorgia Meloni ad agosto ha incaricato il Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, di trovareuna risposta soddisfacente su lavoro povero e salario minimo. L’organo di rilievo costituzionale previsto dall’art. 99 della Costituzione, ha sessanta giorni di tempo per presentare la sua proposta.

È sempre il Cnel, in quanto detentore dei Ccnl, a rilevare, in un comunicato stampa di luglio 2023, che più della metà (57 per cento) dei Ccnl relativi al settore privato risultano scaduti. Quindi, ritornando ai meri numeri, su 976 contratti, 553 sono fuori corso, interessando iI 56 per cento di lavoratori privati che a giugno 2023 si sono ritrovati a lavorare con un Ccnl non aggiornato.

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