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Femminicidi, partire dalla cultura e dall’educazione

Giulia Cecchettin è stata uccisa, probabilmente per mano del suo ex fidanzato, che non sopportava di vederla avere successo, di vederla libera e forte. Uccisa perché donna. Uccisa per aver osato dire di no o alzare la testa. Uno studio delle Nazioni Unite ha evidenziato che ogni giorno nel mondo si verificano 137 femminicidi, nel 2022 ogni ora cinque donne sono morte per mano di partner, ex partner o famigliari. 

Giulia aveva solo 22 anni ed è solo l’ultima di una lunga lista. In Italia i femminicidi da inizio anno sono più di 100 e, stando ai dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio il 63 per cento delle donne rimaste uccise non aveva mai denunciato gli abusi da parte del partner. Una piaga, quella della violenza di genere, che sembra impossibile da sconfiggere, nonostante siano molti gli forzi messi in campo negli anni.

Dobbiamo impegnarci per far cambiare le cose, affinché Giulia sia l’ultima di questa terribile e lunghissima lista di violenze dal tragico epilogo. Non si può più permettere alle donne di andare da sole all’appuntamento chiarificatore, il cosiddetto ‘ultimo appuntamento’, perché quasi sempre è un rischio per la loro vita. Anche la famiglia e coloro che sono vicino a queste donne devono imparare a riconoscere i campanelli d’allarme e intervenire, anche se non è la vittima a chiederlo, per il suo bene – commenta l’avvocato Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia. “Sono ormai oltre 30 anni che mi occupo di casi inerenti la violenza sulle donne, ed è innegabile che siano stati fatti enormi passi in avanti, ma c’è ancora davvero molto da fare, e va fatto alla svelta, prima che ci siano altre vittimeSpesso mi viene chiesto in che modo si dovrebbe intervenire. Innanzitutto, culturalmente, parlando di queste tematiche nelle scuole di ogni ordine e grado. È importante far comprendere che la violenza, sia fisica sia verbale, è sempre sbagliata. Ovviamente, però, c’è bisogno di un cambiamento anche in ambito famigliare, e sta a chi subisce la violenza cercare di reagire e allontanarsi subito, al primo schiaffo o alla prima umiliazione. Anche il resto della famiglia, però, deve essere attento a carpire i campanelli di allarme, a denunciare e ad aiutare la donna a venire via, offrendole sostegno se non ha i mezzi economici”.

La questione di dove andare se si lascia il contesto familiare violento è sempre molto complessa, perché non tutte possono contare su una rete di amici e parenti, e, anche in quel caso, spesso provano vergogna ad ammettere quale sia la situazione che stanno vivendo. La cosa si complica ulteriormente se ci sono anche dei figli. L’ultima rilevazione Istat parla di 373 Centri antiviolenza e 431 Case rifugio in Italia, a fronte di 34.500 richieste da parte di donne in difficoltà, delle quali quasi il 62 per cento del totale ha figli.

Ma c’è anche un altro aspetto su cui è necessario intervenire tempestivamente. I tempi della giustizia, ancora troppo lunghi nonostante i buoni propositi della Riforma Cartabia.

Io mi occupo di diritto civile, ed è innegabile che la Riforma abbia accelerato i processi, ma siamo ben lontani dalla risoluzione immediata. Oggi dopo una denuncia ci vuole circa un anno, un anno e mezzo prima che si arrivi al processo, e questo può durare anche due anni – prosegue l’avvocato Ruggiero. “È necessario ristrutturare tutto il sistema. Ad esempio, nella sezione famiglie del Tribunale di Roma c’è un numero di giudici decisamente insufficiente ad affrontare tali situazioni in modo rapido. Per ottenere un’udienza ci vogliono almeno due mesi. Inoltre, la procedura è ancora troppo articolata per rendere le cose davvero più veloci. E Case rifugio e Centri antiviolenza hanno bisogno di finanziamenti più adeguati. Insomma, sulla carta potrebbero esserci tutti gli strumenti, ma poi dobbiamo fare i conti con il numero insufficiente di giudici, la burocrazia e le risorse inadeguate. Io però non mi do per vinta e continuerò a lottare al fianco di queste donne”. 

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