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Guerra, le amare conseguenze per il tessuto produttivo

Con uno stanziamento di poco più di mezzo miliardo di euro e l’immediata entrata in vigore, il Consiglio dei ministri ha dunque varato il “decreto carburanti”. Una boccata d’ossigeno per 20 giorni è assicurata dal taglio delle accise di 24,91 centesimi per benzina e diesel (12 centesimi al chilo per il Gpl), con possibilità di proroga. Nel decreto è stato incluso anche il credito d’imposta per gli autotrasportatori e per i pescherecci.

I benefici interventi dell’esecutivo, richiesti anche dalle opposizioni, mirano sia ad alleviare l’ulteriore carico di costi per le imprese – dalla produzione alla logistica – sia ad attenuare la già rilevante riduzione dei consumi a causa degli aumenti dei prezzi a cascata.

Tuttavia la crisi globale determinata da una guerra dalla durata e dagli esiti imprevedibili sta già generando esiti nefasti. Ciò, in particolare, a causa del dissesto delle strategie di approvvigionamento e delle catene di fornitura, con il sempre più complesso, costoso e insicuro traffico di navi e container, nonché dei rincari energetici, non certo favoriti da un’escalation del conflitto caratterizzato, nelle ultime ore, da bombardamenti che passano dalle raffinerie direttamente ai giacimenti di petrolio. Con effetti anche sui prezzi delle assicurazioni.

I costi di questi scempio finiscono a cascata ai vettori, agli operatori logistici, fino alle imprese e ai prezzi per i consumatori (dove non mancano le rituali speculazioni). E i danni maggiori sono in capo a quei Paesi, come l’Italia, che hanno limitate risorse energetiche proprie e una forte dipendenza da materie prime strategiche a fronte di un buon tessuto produttivo caratterizzato dalla trasformazione e dall’export. Non dimentichiamo che abbiamo l’energia molto più cara rispetto ai principali Paesi europei, una debolezza strutturale che penalizza il nostro sistema produttivo.

Proprio il calo delle esportazioni è un altro ragguardevole problema per le nostre imprese, tanto più che il ricco mondo arabo del Medio Oriente importa una rilevante quota di pregiato “made in Italy”.

Se Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, evidenziava con saggezza che “le guerre non si pagano in tempo di guerra, ma il conto arriva dopo”, possiamo dire senza ombra di smentita che qualche anticipo di conto salato già ci viene presentato. La crisi sta cominciando a mordere innumerevoli realtà economiche, specie le più energivore, spesso interconnesse tra loro: gli aumenti dei costi dei trasporti ha riflessi innanzitutto sul turismo, ma anche su tutti gli altri settori produttivi, dall’agroalimentare al florovivaismo, dal tessile alla moda e all’artigianato in genere, dall’automotive alla componentistica meccanica, dalla chimica alla siderurgia, dall’edilizia alla farmaceutica.

Sul fronte del turismo, molti quotidiani locali stanno pubblicando le entità e le percentuali di disdette per le vacanze di Pasqua, in particolare nelle grandi città, Roma e Torino in testa, Milano e Venezia a seguire. Gli aumenti dei prezzi dei trasporti, a tutti i livelli, stanno pesando sui fatturati dei viaggi e della ricettività. E non solo sul turismo, visto che l’80% dei prodotti alimentari nel nostro Paese viaggia su gomma,

Il comparto agroalimentare italiano, ancora penalizzato dall’invasione russa in Ucraina, è infatti un’altra autorevole vittima della guerra, non soltanto per i trasporti. Ad incidere c’è il prezzo sempre più alto dei fertilizzanti, che risente del blocco dell’ormai famoso stretto di Hormuz (il corridoio di mare largo 34 chilometri che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman), dove un tempo ne passavano enormi quantità. I rincari investono anche le materie plastiche, con ricadute sul packaging e sull’aumento complessivo dei prezzi alimentari. Riflessi negativi pure sull’export, in particolare dei prodotti deperibili, come denunciano i produttori di frutta.

I problemi di approvvigionamento di altri beni che passavano dallo stretto di Hormuz, come alluminio ed elio, danneggiano anche altri settori produttivi.

A completare l’infausto quadro per le imprese sono l’abbattimento dell’indice di fiducia, prerequisito per gli investimenti e i consumi, e il prevedibile rialzo dell’inflazione.

In questo panorama non manca il balletto delle cifre, generalmente avventato per un conflitto di cui non conosciamo il termine. C’è comunque chi ha stimato, per ogni mese di guerra, un calo di fatturato di circa mezzo miliardo di euro per le vacanze in Italia e una quindicina di miliardi a rischio per l’export manifatturiero. E l’inflazione potrebbe riaffacciarsi verso il 3%.

Di fronte a tutto ciò il ruolo del governo a sostegno di imprese e cittadini è strategico, analogamente a quanto avvenuto nel periodo della pandemia. I costi di trasformazione per le imprese, tra energia e trasporti, saranno spesso insostenibili e si rischia una nuova spinta alla fragilità e alla desertificazione. Pertanto, a fronte di questo significativo rallentamento della produttività e dell’economia, occorrono interventi d’urgenza come i crediti d’imposta sull’energia, le misure di calmiere e i tagli del costo del lavoro. Nonché concreti investimenti in fonti energetiche – come le rinnovabili – che assicurino autonomia e stabilità dei prezzi.

L’Unsic, in linea con i dettami costituzionali, ribadisce la sua contrarietà ad ogni guerra, che oltre a determinare insensati lutti ed estesa distruzione, ha effetti economici rovinosi per i cittadini e per la stragrande maggioranza delle imprese. E rinnova con ancora più convinzione, proprio in questa difficile fase, il suo ruolo di rappresentanza e di tutela del settore produttivo attraverso i suoi molteplici servizi professionali e la sua presenza ai tavoli istituzionali, compresa la presenza nel Cnel.

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