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A proposito di elezioni europee

L’accesa contrapposizione tra europeisti ed euroscettici sta vivendo una fase prevedibilmente enfatizzata dall’attuale campagna elettorale per le “Europee”. L’attesa dei risultati di fine maggio sta facendo venire i nodi al pettine: riusciranno le forze eurogovernative a mantenere quel controllo assoluto del vecchio continente che detengono sin dalle prime elezioni per il Parlamento europeo del 1979? Probabilmente sì, nonostante tutto. Ma la futura politica comunitaria sarà in ogni caso influenzata dalla presumibile avanzata delle formazioni sovraniste, anche se – come indicano i sondaggi – non riusciranno a raggiungere la maggioranza?

Al di là di questa contrapposizione frontale e dell’accentuarsi di posizioni radicali (per quanto minoritarie) che combattono in toto una qualsiasi ipotesi europeista, lo scontro vero, quello più accentuato, riguarda visioni differenti di un progetto europeo comunque ormai contemplato e accettato dalla maggior parte delle forze politiche, comprese quelle più “di lotta”. In fondo anche Lega e Cinque Stelle hanno attenuato le spinte antieuropeiste e no-euro della prima ora.

Insomma, c’è un accordo pressoché unanime non solo sulla “ineluttabilità” delle istituzioni europee, ma nel contempo anche sulle criticità insite nell’attuale assetto burocratico, finanziario, tecnicistico e anche un po’ autoritario dell’Unione europea. Pressoché tutti, di conseguenza, promettono di riformarlo. Le differenze, semmai, sono “quantitative”, cioè nell’auspicare un futuro con più o meno Europa e, per deduzione, con più o meno potere per gli Stati nazionali.

Ai vertici delle istituzioni europee, sin dai tempi dell’Assemblea comune degli anni Cinquanta fino ai giorni nostri, ci sono popolari e socialisti. E in fondo sono queste due coalizioni ad essere messe sul banco degli imputati e a perdere smalto un po’ in tutte le nazioni. Non è quindi un caso se i partiti “moderati” di centrodestra e di centrosinistra – quelli che per lo più confluiscono proprio nei gruppi popolari e socialisti – continuino ad essere in prima fila nella difesa dell’Europa, benché concordino nella necessità di migliorarla, nel senso di renderla più unita e più forte. Si professano, insomma, garanti dell’idea stessa di Europa, malgrado sempre più appannata tra gli elettori.

Viceversa, le formazioni “alternative”, certamente più articolate e variegate e che vanno dai nuovi movimenti trasversali (come i Cinque Stelle in Italia) alla sinistra antagonista nelle sue policrome espressioni (con gli ecologisti in crescita), fino alla rilevante ascesa delle destre, promettono di smantellare l’attuale assetto comunitario, rivendicando – a seconda dell’area politica – un maggior peso dei cittadini rispetto alle lobby di potere, il recupero del rapporto tra popolo e rappresentanti istituzionali, il riscatto della sovranità nazionale rispetto ad un’Europa attualmente deleteria perché preda di poteri finanziari sovranazionali e volano di iniquità e ineguaglianze. Non mancano, in questo fronte “maculato”, coloro che privilegiano la tradizionale idea dello Stato-nazione, casomai sostenuti da un conservatorismo religioso; ma anche coloro – all’interno dei nazionalismi – che auspicano una “riforma dell’autonomia” in salsa ultrafederalista (come alcuni governatori del Nord Italia); o ancora coloro che sognano l’indipendenza per singoli territori (l’esempio più affermato è quello dei catalani in Spagna).

Forse proprio perché il clima è questo, l’attuale campagna elettorale ci sta riproponendo tematiche quasi esclusivamente nazionali. Al limite accompagnate da critiche generiche verso i Palazzi europei. Dominano il dibattito la crescente insicurezza sociale e i problemi economici: rispetto al periodo elettorale per le elezioni politiche del 2018 si può dire che nulla è cambiato. L’attuale campagna elettorale non ci offre, in sostanza, la proposta di chiari modelli nuovi e alternativi per l’Europa del futuro.

Ad esempio, tutti avvertono l’esigenza di “ricostruire” un dèmos europeo. Cioè un popolo inteso come comunità vera, accomunata nella condivisione di valori e di pratiche comuni. Ma su questa “nuova cittadinanza”, che dovrebbe essere rifondata su relazioni autentiche e solidali, con il rafforzamento della redistribuzione di beni e servizi, in realtà pesano diversi temi, ad esempio quello dell’immigrazione, da una parte accettata come risorsa ma dall’altra vissuta come minaccia o addirittura come business per pochi. Oppure gravano le questioni di politica economica, con gli antagonismi tra i difensori dei diktat sui vincoli dell’austerità, che volentieri sbandierano le minacce di spread ed organismi istituzionali, e i sostenitori di politiche espansive per contrastare le crescenti disuguaglianze e l’accrescersi delle zone di povertà.

In tal senso il rapporto che questa Unione europea ha intessuto con la Grecia non gioca certo a favore di un’idea di sentimento solidale tra cittadini europei o dell’Unione percepita come istituzione sovranazionale libera da condizionamenti delle nazioni più forti, Germania e Francia in primis.

Allo stesso modo è palese la contraddizione tra un ideale europeista garante della convivenza pacifica e della tolleranza rispetto alle politiche neocoloniali che continuano ad essere attuate principalmente nei confronti dell’Africa del Nord (la Francia ne sa qualcosa), territori con i quali Bruxelles non riesce a valorizzare la storica comunanza di valori.

C’è di più. Le critiche a questa Europa investono anche il piano culturale, con il drammatico spianamento identitario, messo in atto in linea con la mondializzazione economica: il mercato globale sta alimentando contraccolpi ideologici di cui traggono giovamento soprattutto le destre nazionaliste.

C’è allora da domandarsi quale humus prediligere per la “ricostruzione” europea, quindi per il continente del futuro. Una delle risposte potrebbe venire dai giovani, che in massima parte vivono il continente europeo – e il mondo in genere – come un’opportunità. Non a caso l’europeismo è più sentito dalle nuove generazioni, come dimostra la composizione dell’elettorato della Brexit.

Tra le esperienze sicuramente positive per la loro formazione va annoverato il programma Erasmus, che per il suo spirito cosmopolita, per la capacità di predisporre positivamente uno studente verso nuove aperture, per l’apprendimento linguistico e culturale, per lo sviluppo del pensiero critico e per l’allargamento degli orizzonti professionali costituisce una tappa importante nella formazione del cittadino europeo. Peccato che, nonostante gli oltre trent’anni di positiva attuazione, resti limitato principalmente al mondo degli studi (studenti, docenti, ricercatori, artisti, sportivi, volontari, ecc.), con borse inferiori al fabbisogno degli studenti in mobilità (non a caso tale esperienza è stata finora svolta soltanto dall’1,7 per cento della popolazione dell’Unione europea, circa dieci milioni di cittadini).

Secondo i dati della Commissione europea, tra gli ex Erasmus il rischio di essere disoccupati a cinque anni dalla laurea è del 23 per cento più basso della media. Ecco perché puntare sulla “generazione Erasmus”, casomai accrescendo in futuro gli attuali 14,7 miliardi di euro di stanziamento per il periodo 2014-2020. Solo iniziative del genere, casomai estese rispetto al semplice scambio universitario, saranno in grado di assicurare realmente una maggiore coesione europea incentrata sull’inclusione, sulla mobilità lavorativa e sul multilinguismo. Salvaguardando le identità nazionali e oltrepassando le più banali promesse dei periodi elettorali.

(Domenico Mamone)

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