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Carne coltivata: non è vero che inquina meno

Aumenta l’interesse per la carne a base di cellule animali (ACBM), o carne coltivata, come valida alternativa a quella derivante da allevamento intensivo, che oltre a prevedere l’abbattimento degli animali, è anche una grossa fonte di inquinamento perché produce notevoli quantità di gas serra.

Da qui l’inizio di una serie di studi scientifici per determinare l’impatto ambientale e salutistico di questa nuova frontiera, frutto del lavoro in vitro nei laboratori.

Secondo uno di questi, l’influenza sull’ambiente che comporterebbe la produzione di carne coltivata a breve termine, è probabilmente superiore a quella necessaria alla produzione di carne bovina. È quanto si legge nella ricerca “Impatti ambientali della carne allevata: valutazione del ciclo di vita dalla culla alla gabbia” condotta a Davis, presso l’Università della California, da un’equipe di scienziati capeggiati da Derrick Risner, veterano dell’aeronautica americana, con una laurea in Tecnologia ingegneristica presso l’Oklahoma State University, un master in Scienze e tecnologie alimentari presso l’Oregon State University e ora ricercatore alla UC Davis.

Attualmente, i prodotti ACBM vengono realizzati su piccola scala e in perdita economica, tuttavia le società produttrici intendono industrializzare e aumentare così la produzione. Lo studio di Derrick e degli altri quattro ricercatori, Yoonbin Kim, Cuong Nguyen, Justin B. Siegel, valuta il potenziale impatto ambientale della produzione di ACBM a breve termine, prendendo in considerazione gli elementi tecno-economici della carne sintetica e del suo ciclo di vita. Il risultato confermerebbe, almeno nel breve periodo, un maggiore impatto sull’ambiente della carne artificiale rispetto a quella proveniente da allevamento.

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