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Transizione ecologica, il punto della situazione

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La transizione ecologica rappresenta probabilmente la più grande sfida che il mondo si trova ad affrontare. Con il cambiamento climatico questo tema si sta facendo sempre più pressante, allo stesso tempo però sono tanti gli “stop and go” e i dietrofront da parte dei governi, che dimostrano l’ambivalenza e i dilemmi legati alla transizione.

Come ha dichiarato Marella Caramazza, direttore generale della Fondazione Istud, “non ci sono ricette facili, né soluzioni risolutive”, si tratta di un “cammino di apprendimento” in cui occorre avere una visione sistemica per capire dove andare di volta in volta, il tutto “in modo collaborativo”.

Sono questi i temi affrontati nel corso della seconda sessione dell’European colloquium sulla transizione ecologica, proposta da Istud.

Come evidenziato nel corso dell’evento e come dimostrano le attuali proteste agricole, esistono diverse difficoltà nella messa a terra della transizione. L’Unione europea ha tracciato politiche di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 molto ambiziose ed estremamente impegnative per cittadini e imprese.

Spesso, infatti, le politiche si rivelano poco pragmatiche rispetto al contesto di competizione globale. Se è virtuosa la volontà dell’Europa di porsi come capofila nella sfida della transizione ecologica, l’Ue non dovrebbe dimenticare la competitività delle proprie industrie.

Agli obiettivi ambiziosi delle policy, si aggiungono poi gli ostacoli della burocrazia. Molte aziende, infatti, si scontrano con a difficoltà di realizzare impianti di energie rinnovabili e di efficienza energetica in tempi brevi. In base alla normativa, infatti, le procedure di autorizzazione per gli impianti non dovrebbero superare i due anni, ma di fatto il tempo medio di ottenimento dell’autorizzazione è di cinque/sei anni.

Allo stesso modo la questione dei rifiuti che va avanti da anni, continua a trovare l’opposizione della società e degli ambientalisti, che rendono difficile la realizzazione delle infrastrutture e degli impianti di smaltimento rifiuti. Tuttavia, in assenza di impianti si ricorre al vecchio sistema di discarica o si esportano i rifiuti  verso altri Paesi o regioni, determinando danni ancora maggiori per l’ambiente e costi molto più elevati per i cittadini.

Inoltre, la volatilità dei mercati determina ulteriori difficoltà, in quanto i continui “up and down” dei prezzi non favoriscono gli investimenti a lungo termine né per quanto riguarda le rinnovabili, né nelle attività di riciclo. In tal senso le policy potrebbero dare una mano con misure volte a stabilizzare la domanda, come avviene per esempio in Francia dove è stata fissata una percentuale di riciclato nei prodotti.

Nonostante le difficoltà e gli ostacoli, la transizione ecologica sta andando avanti e in molti ambiti l’Italia è più avanti rispetto ad altri Paesi, soprattutto nell’industria del riciclo, ma necessita di uno sforzo comune da parte di istituzioni, imprese e cittadini.

Inoltre, se i costi della transizione sono molto elevati e necessitano di grandi investimenti da parte della finanza e dei governi, con incentivi e sussidi mirati, anche non perseguire la transizione ha un prezzo. In base allo studio di Confcooperative e Censis pubblicato nei giorni scorsi, negli ultimi 40 anni i danni provocati dal cambiamento climatico sono costati all’Italia ben 210 miliardi di euro.

Ancora oggi in Italia vengono spesi 20 miliardi di euro per le fonti fossili, che costituiscono sussidi ambientali dannosi.

Di fatto a pagare per la mancata transizione è il cittadino. Basti pensare che se venissero applicati in toto i principi dell’economia circolare, in pochi anni i cittadini non dovrebbero più pagare i rifiuti.

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