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Transizione energetica, cinque falsi miti da sfatare

Un rapporto che analizza cinque falsi miti sulla transizione energetica realizzato da Italy for climate alla vigilia delle elezioni europee che evidenzia il potenziale dell’Unione europea per non perdere la leadership mondiale nella lotta contro il cambiamento climatico.

“Le prossime elezioni sono un banco di prova importante per capire se l’Unione europea continuerà a perseguire un ruolo di leadership nella transizione energetica e nella nuova economia di domani” ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile.

“L’Ue è uno dei quattro grandi emettitori che, da soli, sono responsabili di oltre la metà delle emissioni globali – ha chiarito Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate. “Insieme questi big emitters rappresentano anche una quota rilevante del mercato globale e dettano standard a cui anche le altre economie devono adattarsi. La transizione energetica è già in corso e sta già orientando in modo sostanziale i flussi di investimenti globale che oramai sempre di più puntano sulle rinnovabili, sull’efficienza, sull’elettrificazione mentre cominciano ad arretrare dal mondo dell’oil&gas”.

Cinque i falsi miti sulla transizione energetica che il rapporto cerca di sfatare:

  1. Perdita di competitività: C’è il timore che l’Ue, accelerando sulla decarbonizzazione, rischi di perdere competitività sul mercato globale. Tuttavia, la transizione energetica è in corso e un numero crescente di imprese sta già rivedendo le proprie priorità di investimento. Dal 2016, gli investimenti globali nelle energie pulite hanno superato quelli nei combustibili fossili, con 1.700 miliardi di dollari investiti nelle energie pulite nel 2023 rispetto ai poco più di 1.000 miliardi nei combustibili fossili e questo trend è destinato a rafforzarsi nel tempo.
  2. Impatto sull’economia e occupazione: Si crede che le politiche climatiche troppo ambiziose dell’UE possano danneggiare economia e occupazione. In realtà, la crisi climatica rappresenta la principale minaccia per l’economia e investire nella transizione è conveniente. Gli interventi necessari per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 costerebbero l’1-2% del Pil mondiale, ma eviterebbero costi fino al 9% del PIL causati dalla crisi climatica. Inoltre, il numero di occupati nel settore delle energie pulite ha già superato quello dei combustibili fossili e si prevede che continui a crescere.
  3. Ruolo dell’Ue nelle emissioni globali: Si pensa che l’Ue possa fare poco o nulla sulle emissioni globali e debba attendere che tutti i Paesi si mettano d’accordo. In realtà, l’UE è il quarto emettitore al mondo e insieme agli altri big emitters (Cina, USA e India) produce il 54% delle emissioni globali. L’azione dell’Ue può quindi incidere significativamente sugli equilibri climatici globali.
  4. Obiettivi troppo ambiziosi: Si ritiene erroneamente che l’Ue stia perseguendo obiettivi troppo ambiziosi e dovrebbe rallentare. In realtà, la crisi climatica sta accelerando più del previsto, con la temperatura media globale nel 2023 che ha registrato un aumento di +1,48°C rispetto al periodo preindustriale. L’Ue è l’unica tra i grandi emettitori ad aver ridotto le emissioni dal 1990 ma non è ancora in linea con gli obiettivi sottoscritti a Parigi nel 2015.
  5. Neutralità tecnologica: L’idea che l’Ue debba adottare un approccio di neutralità tecnologica, evitando di fissare obiettivi specifici e vincolanti per le singole tecnologie, è errata. Per affrontare la crisi climatica e azzerare le emissioni nette entro il 2050, è necessario dare un segnale chiaro agli operatori economici sulle prospettive di crescita e di investimenti delle singole tecnologie.

Il rapporto presenta anche un’analisi comparativa tra Cina, Usa, India e Unione europea, i big emitters, evidenziando i progressi fatti e soprattutto gli impegni messi in campo per accaparrarsi la leadership economica e tecnologica nella transizione.

Cina: Primo emettitore globale con un aumento delle emissioni del 285% dal 1990 al 2022. Nel 2023 ha investito 673 miliardi di dollari nella transizione energetica e prevede di installare oltre 1.200 gigawatt di capacità rinnovabile entro il 2025. La Cina è il primo emettitore ma anche il primo investitore in tutti gli ambiti della transizione energetica.

Usa: Le emissioni sono diminuite del 2,4% dal 1990 al 2022. Gli investimenti nella transizione energetica hanno raggiunto i 303 miliardi di dollari nel 2023, con obiettivi di riduzione del 50% delle emissioni dal 2005 entro il 2030 e neutralità climatica entro il 2050. In rapporto alla popolazione, gli Usa mantengono il primato di emissioni pro capite e hanno cominciato tardi a ridurre le emissioni ma ora sono di nuovo in corsa fra i leader della transizione.

India: Ha aumentato le emissioni del 174% dal 1990 al 2022, ma è ancora uno dei Paesi con le emissioni pro capite più basse. Nel 2023 ha investito 31 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili. L’India affronta la sfida di costruire una nuova superpotenza globale puntando da subito sulla transizione green.

Ue: Ha ridotto le emissioni del 27% dal 1990 al 2022. Con un investimento di 360 miliardi di dollari nel 2023, l’Ue si impegna a ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. L’Ue è l’unica ad aver ridotto le emissioni rispetto al 1990.

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