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Artigianato, giornalista italoaustraliana intervista Mamone, presidente Unsic

“Per fotografare la crisi dell’artigianato – evidenzia il presidente del sindacato datoriale – è emblematico un dato dell’Inps: dall’inizio della crisi il numero degli apprendisti artigiani cala con percentuali tra il 5 e il 10 per cento annuo”.

Certo, i dati generali includono sia la piccola impresa edile sia gli artisti d’eccellenza del corallo di Torre del Greco o gli orafi toscani, cioè i cosiddetti mestieri d’arte, come vengono classificati a livello internazionale. Ma il problema vero è che la contrazione, salvo poche eccezioni, è purtroppo generalizzata.

Dalle analisi dell’Unsic, che associa anche migliaia di imprese artigiane, le flessioni più sensibili riguardano i settori della falegnameria, della lavorazione del ferro e dell’edilizia. Si riduce il numero di fabbri, piastrellisti, marmisti, tornitori, fresatori. “Però attraverso la rivoluzione digitale tutto evolve – spiega Mamone – e tra i nuovi artigiani ci sono tatuatori, designer dell’illuminotecnica, creativi del food, lavoratori autonomi che reinventano un mestiere in ottica di sostenibilità, fino al boom dei makers, che non solo creano prodotti con innovative stampanti 3D, ma soprattutto costituiscono una forte comunità internazionale con continue contaminazioni”.

Ma quali sono le cause di questo declino?

“La causa più ovvia risponde a logiche di mercato e di consumo imposte da meccanizzazione e automazione: la straordinaria diffusione di beni di serie, a basso costo, ha emarginato le produzioni artigianali” – continua il presidente dell’Unsic.

“La conseguenza è che per i pensili della cucina si ricorre, anziché agli ultimi ebanisti, alle infinite, omologate e globalizzate soluzioni di Ikea, che fanno anche tendenza. Idem per un abito, per un oggetto di arredamento, per un gioiello. Non solo: se un ombrello o un coltello diventano inutilizzabili, se ne compra di nuovi perché costano meno rispetto al servizio dell’ombrellaio o dell’arrotino. C’è di più: il mestiere dell’artigiano da anni subisce una sorta di ‘deprezzamento culturale’ a fronte delle professioni cosiddette intellettuali, che – almeno in passato – garantivano occupazioni più sicure, meno faticose e più remunerate. Ciò incide sulla mancanza di passaggio generazionale. E’ insomma cambiata, e io credo in peggio dopo secoli di ‘onorato servizio’, la concezione del lavoro”.

La contrazione del settore equivale alla perdita di ricchezza non solo produttiva e quindi economica, ma soprattutto culturale, artistica, estetica, umana, etica. Un artigiano è sinonimo di esperienza, competenza, talento, perizia, dedizione. E’ in grado di coniugare progettualità e manualità, cioè possiede una tecnica lavorativa completa. Il suo oggetto artigianale, competitivo e dall’elevato valore, è un pezzo unico frutto di ricerca, impegno e dedizione: come tale va considerato un’opera d’arte. Possiamo dire che è un oggetto con un’anima. Occorre quindi fermare subito questa tendenza all’estinzione.

Inoltre le ultime famiglie di artigiani costituiscono una bandiera dei propri borghi. E tra le dieci aziende familiari più antiche al mondo, ben sei sono in Italia, tra Molise, Veneto e Toscana, produttrici di campane, gioielli, vini, oggetti in vetro e barche. Di bellezza, insomma.

L’Unsic chiede che le aziende vengano concretamente sostenute attraverso un fisco più leggero e meno aggressivo, l’accesso al credito con logiche di reale competitività, lotta alla burocrazia, norme semplici e chiare, incentivi per l’innovazione e per l’internazionalizzazione. Restituendo un ruolo primario anche alla scuola, alla formazione e alla promozione. E non va dimenticato che molti artigiani chiudono l’attività non per mancanza di lavoro, ma di eredi.

(Gia.Cas.)

(nell’immagine in alto: Domenico Mamone intervistato da Cesira Colleluori)

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