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A Bruxelles grande risultato o vittoria di Pirro?

Dopo cinque giorni di estenuanti trattative, il Consiglio europeo ha raggiunto l’agognato accordo sul bilancio 2021-2027 dell’Unione europea e soprattutto sull’ormai famoso Fondo per la ripresa, che avrà un valore complessivo di 750 miliardi di euro.

In sostanza l’Unione europea, nella sua “somma di Stati”, per la prima volta s’indebiterà per questa immensa cifra, raccogliendo fondi sui mercati finanziari. A sua volta questi soldi saranno distribuiti per poco più della metà come sussidi a fondo perduto (390 miliardi, dagli iniziali 500), per la rimanente parte come prestiti (360 miliardi). L’Italia sarà il Paese che riceverà la quota maggiore del Fondo: in tutto dovrebbero essere circa 209 miliardi di euro, di cui 82 in sussidi e 127 in prestiti.

Attenzione, però: il Fondo sarà disponibile solo a partire dal secondo trimestre del 2021, per quanto l’accordo prevede che potranno essere utilizzati per finanziare progetti avviati già da febbraio 2020. Proprio per questo, alcune forze politiche – Pd in testa – continuano ad insistere per l’acquisizione del Mes (36 miliardi di euro quasi immediati), ma sarebbe comunque ulteriore debito. Ed il rischio è che prima o poi questa montagna di debito pubblico, da restituire, svuoterà le tasche e i beni personali e collettivi degli italiani.

Per quanto riguarda la direzione che prenderanno i soldi, l’Unione europea potrà esercitare alcune forme di controllo. E ciò, in fondo, è un bene: sia perché i rischi di sperperi o “intercettazioni” non proprio cristalline c’è tutto, sia perché è stata rifiutata la proposta, ben più “pesante”, dei Paesi del Nord Europa di un diritto di veto. Cioè di intervenire a gamba tesa sulle scelte di altri Paesi, specie di quelli mediterranei. L’ottenimento dei fondi sarà inoltre collegato ad un piano di riforme che dovrà essere approvato dalla Commissione europea e dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata.

In cambio delle concessioni sul Fondo per la ripresa, i Paesi del Nord Europa hanno però ottenuto consistenti sconti (rebate) nelle loro quote di versamenti al prossimo bilancio dell’Unione europea che avrà un valore complessivo di di 1.074 miliardi.

Insomma, si può parlare di un ottimo affare per il nostro Paese, come sottolineano gli esponenti dell’area di governo, o di una “vittoria di Pirro”, come si sono affrettati ad evidenziare i rappresentanti delle opposizioni?

E’ chiaro che quanto raggiunto dopo l’estenuante trattativa è frutto di compromesso. Alcuni Paesi del Nord, i cosiddetti “frugali” (l’Olanda dell’ormai noto Mark Rutte, l’Austria, la Danimarca e la Svezia, a cui s’è aggiunta la Finlandia), mal sopportano la gestione non proprio ortodossa dei conti pubblici da parte degli Stati del Sud e hanno preteso di aumentare la quota di fondi distribuiti come prestiti (cosa avvenuta), nonché di accrescere le forme di controllo da parte dell’Unione europea su come verranno investiti i soldi (ci sarà, ma non si arriverà a quel “diritto di veto” a trasferimenti troppo ingenti e privi di condizioni che era richiesto dai “nordici”).

Una posizione intransigente e, in parte, prevedibile, frutto anche di calcoli elettorali, specie in Olanda, dove si voterà a marzo. L’elettorato di questi Paesi non si fida della gestione pubblica da parte degli Stati del Sud, per cui la strada dei leader è segnata. Per quanto riguarda l’Italia, alle latitudini più fredde s’è molto criticata “quota 100” e non senza validi motivi: una recente indagine di Eurostat (l’agenzia statistica dell’Unione europea), con dati riferiti al periodo precedente l’introduzione di “quota 100”, attesta che in Italia si va in pensione in media dopo 32 anni di lavoro, che diventano 42 in Svezia, 41 in Olanda e 40 in Danimarca.

Da parte dei Paesi del Nord Europa, in sostanza, si tratta più di atteggiamenti “antropologici”, di innata diffidenza verso una certa inaffidabilità mediterranea (talvolta imbevuti di etica protestante), che non di scelta ideologica. Non a caso i rappresentanti politici di governo di questi Paesi “frugal five” politicamente appartengono ad aree differenti tra loro: se i leader di Olanda e Austria sono di centrodestra, quelli di Danimarca, Finlandia e Svezia sono di centrosinistra. Quindi, almeno in questo caso, il nazionalismo o il sovranismo non c’entrano. Domina il calcolo elettorale. In Olanda, ad esempio, alle ultime elezioni europee nessun partito ha oltrepassato il 20 per cento nei consensi, determinando una situazione molto frammentata. Rutte guida una coalizione trasversale, che un anno fa ha perso la maggioranza al Senato. Leggere “la pancia” del Paese è, pertanto, quanto mai importante.

Da parte sua l’esperta Angela Merkel, a fine mandato, insieme allo scaltro presidente francese Emmanuel Macron, hanno rappresentato l’ago della bilancia nel difficile negoziato.

A chiusura della partita, insomma chi ha vinto? I protagonisti delle trattative in queste ore esternano tutti grande soddisfazione per l’accordo raggiunto. Giuseppe Conte ha parlato di accordo storico. L’euro s’è portato ai massimi livelli dal 9 marzo. I mercati festeggiano. Goldman Sachs, in una nota, dà il benvenuto all’accordo “a sostegno della nostra opinione che l’area dell’euro sia ben posizionata per riprendersi dallo shock di Covid”.

Al di là delle dimensioni del pacchetto economico, senza precedenti nella storia dell’Unione europea, molti analisti evidenziano il passo importante verso una maggior integrazione dell’Europa, dove si mette in luce la determinazione dimostrata da Germania, Francia e Italia nel lavorare insieme a un ambizioso programma per la ripresa. Inoltre l’accordo potrebbe sostenere un ulteriore restringimento dello spread e rafforzare l’euro, oltre a “mutualizzare” il debito della zona euro. Tutti fattori positivi per l‘Europa, che tra l’altro ha sicuramente saputo gestire l’emergenza Covid-19 meglio di altre economie, a cominciare da quella statunitense.

Insomma, il bicchiere sembra più semipieno che semivuoto. Non a caso persino le opposizioni, in Italia, stanno reagendo in ordine sparso. Se Forza Italia in sostanza plaude all’accordo, soltanto il leghista Matteo Salvini parla di “una fregatura grossa come una casa”, mentre persino Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, è più morbida: “A negoziato concluso, voglio dire che Conte è uscito in piedi ma poteva e doveva andare meglio. Gli riconosciamo di essersi battuto per contrastare le pretese egoistiche dei Paesi nordici, ma il risultato finale purtroppo non è quello che speravamo”. Ma, fronte di tutto, la temuta implosione dell’Europa non c’è stata.

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