venerdì , Luglio 3 2020
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A cinque anni dalla “Laudato sì”

Sono trascorsi cinque anni esatti dall’enciclica “Laudato sì” attraverso cui Papa Francesco, in modo profetico, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di salvaguardare la nostra “casa comune”. Cioè di avere a cuore le sorti del nostro Pianeta, il più importante dei malati.

Per l’anniversario il Papa avrebbe voluto essere ad Acerra, nella cosiddetta Terra dei Fuochi. Un luogo altamente simbolico. La pandemia ha però imposto di rinviare la visita, ma non di ridurre la nostra attenzione proprio verso quelle tematiche che stanno particolarmente a cuore al Pontefice e alle persone di buon senso. Certamente – va detto – più di tanti nostri amministratori.

Il tema ambientale non è, infatti, materia per i soliti ambientalisti. Investe le nostre società più di quanto possiamo immaginare. S’interseca con la salute, con l’economia, con il lavoro, con le ingiustizie. La classe imprenditoriale ha una responsabilità importante. Infatti nelle fabbriche senza etica operano i lavoratori con meno diritti, spesso in nero, invisibili, quelli che oggi soffrono maggiormente le conseguenze del Covid-19 in tutto il mondo. I rifiuti prodotti da questi stabilimenti sono quelli che restano in loco, bruciati o riversati nei corsi d’acqua. Il ricatto del “volete lavorare o volete morire di fame” è quello più comune.

Con l’enciclica del 2015 il Papa ha affrontato in profondità il tema della crisi ambientale e sociale che produce nuove povertà. “L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale – si legge nell’enciclica.

Il messaggio del Santo Padre è stato raccolto da tanti movimenti di pensiero e d’azione, benché tra i potenti della Terra continui a regnare la rassegnazione o l’indifferenza. Talvolta si delegano le soluzioni al generico “progresso tecnico”, ma intanto i problemi si aggravano e i rimedi non arrivano.

Il Covid-19, inaspettato e drammatico campanello d’allarme per il nostro futuro, ci conferma la necessità di trasformare radicalmente l’economia, riducendo lo sfruttamento incontrollato delle risorse e l’impatto ambientale. Un mondo in salute ci permetterà sicuramente di vivere meglio: minore degenerazione equivale a più lavoro e maggiore sicurezza alimentare, meno dissesto ambientale e minore inquinamento. Per intervenire dobbiamo farlo in una logica di solidarietà e di collettivismo: la pandemia c’ha reso evidente che nessuno si salva da solo. Abbiamo avuto bisogno dei medici e degli infermieri, delle forze dell’ordine e degli agricoltori, dei trasportatori e dei conducenti di mezzi pubblici, dei netturbini e dei volontari.

Come imprenditori dobbiamo farci carico di una responsabilità: non sono più rinviabili la conversione industriale e la transizione energetica, cioè il definitivo passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Occorre farlo anche per il rispetto verso le generazioni future.

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