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Il calcio è altro

Non è la prima volta che alcune frange delle tifoserie di calcio si rendono protagoniste di spettacoli indegni per un Paese civile. E, di conseguenza, non costituisce una novità la rituale levata di scudi contro la violenza, con la consueta ma vana distinzione tra tifosi e teppisti.

Quanto avvenuto domenica scorsa nella stazione di servizio di Badia al Pino, sull’autostrada A1 in provincia di Arezzo, rappresenta l’ennesimo sfregio per chi ama il calcio e vive il tifo per i colori di una squadra come una sana passione. Lo sport, praticato o vissuto da spettatori, deve rimanere un semplice e piacevole passatempo, per quando purtroppo trasformato in una vera e propria industria con forti implicazioni finanziarie e sociali. E la rivalità tra tifoserie dovrebbe restare negli steccati del rispetto reciproco e di una competizione indulgente. Invece, quando centinaia di persone – chiamiamoli pure teppisti e non tifosi, ma la sostanza non cambia – si scontrano con bastoni e coltelli in nome però di un’identità calcistica e territoriale, paralizzando il traffico di un’arteria autostradale vitale per il nostro Paese, allora siamo chiamati tutti a ribadire i valori veri dello sport, in testa la tolleranza e il rispetto dell’avversario.

Certo, scene strazianti come quelle viste domenica scorsa richiamano problematiche sociali e individuali che non sono certo imputabili al calcio. I colori calcistici diventano solo un pretesto per dar sfogo all’indole violenta di alcuni. La sociologia ha materiale di cui nutrirsi. Però sarebbe da ipocriti negare che esistono da decenni frange di tifo, per quanto minoritarie, che oltre ad aver inciso – o ad aver tentato di incidere – su decisioni societarie, si sono rese protagoniste di numerosi atti di violenza: viene in mente, tra i tanti, il poliziotto Filippo Raciti, ucciso in servizio durante gli incidenti in occasione del derby Catania-Palermo nel 2007.

Ogni tifoseria ha purtroppo i suoi martiri, che non vanno assolutamente dimenticati: il 28 ottobre 1979 il tifoso laziale Vincenzo Paparelli è stato ucciso da un razzo allo stadio poco prima del derby Roma-Lazio; nel 1988 l’ascolano Nazzareno Filippini è morto probabilmente colpito da una pietra dopo un Ascoli-Inter; nel 1989 il diciannovenne romanista Antonio De Falchi è deceduto dopo essere stato aggredito da milanisti fuori dallo stadio Meazza; nel 1995 il genoano Vincenzo Spagnolo è stato assassinato con una coltellata da un ultras milanista fuori dallo stadio Ferraris; nel 2001 il messinese Tonino Currò è stato ucciso da una bomba carta in occasione di Messina-Catania; nel 2019 l’interista Daniele Belardinelli è stato investito da un Suv prima di un Inter-Napoli.

Se è vero che questi – ed altri – drammatici episodi hanno dinamiche diverse tra loro, è altrettanto vero che i gruppi ultras organizzati hanno comunque un peso. Svolgono un ruolo di controllo su ampi settori del tifo. E talvolta, purtroppo, i capi tifosi sono legati al malaffare, dalla droga alla gestione dei parcheggi fino al racket dell’ambulantato.

Inoltre le formazioni sugli spalti costituiscono un bacino elettorale e di proselitismo politico. È noto che alcuni gruppi sono palesemente schierati a livello ideologico. Talvolta le logiche e le “connivenze” che guidano i gruppi ultras anche su un piano internazionale sono dettate proprio dall’appartenenza politica.

Lazio, Inter e Verona, ad esempio, raccolgono gruppi organizzati di tifosi che militano nelle formazioni di estrema destra. Di conseguenza molti tifosi laziali o interisti sono vicini ad altre tifoserie di estrema destra, come quella spagnola del Valencia, francese del Nizza o polacca del Wisla Cracovia. O ancora di alcune squadre greche. Viceversa sono avversari dei tifosi estremisti del Livorno, del Siviglia o del Marsiglia, notoriamente di sinistra.

Addirittura in alcuni anni, tifosi di estrema destra di Roma e Lazio hanno collaborato tra loro. O si sono ritrovati nella stessa barricata contro le forze dell’ordine.

Esiste, però, anche una mappa ad incroci tra le tifoserie italiane, fatta di gemellaggi e di odio storico. Si sa che non corre certo buon sangue tra Pisa e Livorno, o tra Bari e Lecce o tra Inter e Atalanta: a distanza di più di due decenni è ancora viva la memoria di quell’Inter-Atalanta del 6 maggio 2001 quando gli ultrà interisti bruciarono e scaraventano giù per le gradinate un motorino Booster di un tifoso avversario, esposto come trofeo.

Nel caso specifico di domenica scorsa, l’ostilità tra gli ultras del Napoli e quelli della Roma è cosa nota: il gemellaggio degli anni Settanta contro “lo strapotere del Nord” si ruppe probabilmente quando Bruno Giordano, ex giocatore della Lazio, passò al Napoli. Di fatto da allora gli scontri tra tifoserie si sono ripetuti, a volte concordati, ed il clima è del tutto degenerato con l’assassinio del tifoso partenopeo Ciro Esposito nel 2014, prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina a Roma.

Gli scontri di domenica scorsa ricordano un’analoga vicenda accaduta nel 1993 in provincia di Alessandria quando si incrociarono un treno di ultras sampdoriani e un altro di milanisti. Entrambi tirarono il freno d’emergenza e ne seguì una rissa che coinvolse centinaia di persone.

Augurarsi che tutto finisca è certamente utopistico. Si possono, però, abbassare i toni e tentare di restituire al calcio il suo valore originario di semplice distrazione e proficuo svago. Con quella stessa illusione che anima i tifosi veri, certi di assistere ogni volta alla più bella soddisfazione di sempre.

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