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La pandemia e la crisi totalizzante pubblica e privata

Uno dei tanti fenomeni determinati dalla pandemia in corso è il ridimensionamento della sfera pubblica. È principalmente la conseguenza dei necessari distanziamenti per attenuare le possibilità di contagio: il dissolvimento degli eventi culturali (in primis i concerti, le rappresentazioni teatrali, i riti del folklore, le feste rituali), le competizioni sportive con gli spalti deserti, ma anche gli uffici svuotati dallo smart working o le scuole dalle occasioni di contatto molto ridimensionate stanno ridisegnando i rapporti sociali. In particolare il periodo sta accentuando quei fenomeni di digitalizzazione che alterano gli strumenti della socialità, spostandoli in un ambito virtuale: dalle assemblee di condominio alle riunioni di amministratori pubblici fino ai collegamenti televisivi, tutto si sposta su Zoom o su piattaforme simili.

Se ciò sia un bene o un male appartiene principalmente alle aspettative soggettive dei fruitori. Ma è certo che l’assuefazione a questi fenomeni tende ad abbattere la stessa capacità di criticarli.

Del resto, la pandemia sta apertamente accelerando un processo già in corso da tempo: il commercio elettronico, il telelavoro, le videochiamate sono dotazioni non certo nuove. L’emergenza sanitaria e sociale dei nostri giorni le ha semplicemente estese in modo repentino. A stravolgere le modalità di aggregazione sono soprattutto gli strumenti tecnologici. E chi oggi demonizza i mezzi tecnologici, materia che ormai regola in modo ossessivo la nostra vita quotidiana, sembra non si sia reso conto di come vada il mondo già da diversi anni.

Semmai il problema centrale non è il recupero di una “normalità” individuale – che poi è differente per ognuno di noi – di cui però, mai quanto oggi, si torna ad apprezzare il valore. Argomento ben più importante è come questa tendenza generale verso un contesto civile più frastagliato e atomizzato possa inficiare le relazioni tra i cittadini fino a depotenziare le nostre democrazie: il venir meno dei rapporti umani e della dimensione sociale sta infatti indebolendo lo spirito critico individuale e soprattutto collettivo, nonché gli strumenti di mediazione.

Prendiamo ad esempio la politica, disciplina che dovrebbe incarnare la dimensione più alta dell’unificazione collettiva, della rappresentanza e della protezione sociale. Se un tempo le sezioni dei partiti svolgevano un ruolo importante per la democrazia interna alle stesse formazioni politiche ed i comizi in piazza costituivano un rito di trasparenza e di “educazione” al confronto, oggi tutto si sposta sul web con la banalizzazione espressa in slogan e il consenso misurato in visibilità. La cancellazione delle preferenze nelle prove elettorali e le eccentriche alchimie generate in parlamento accentuano questo sfaldamento.

In tale contrapposizione, accentuata dal virus, tra la crisi della dimensione pubblica (ne ricordiamo l’importanza solo con i miracoli del servizio sanitario universale) e una condizione non certo più esaltante di quella privata, ci viene in mente – in modo un po’ forzoso ma efficace – l’antitesi classica nel mondo romano tra la poesia neoterica, con i cosiddetti “poeti nuovi”, il cui più noto esponente è stato Catullo, e quella precedente.

La rottura avvenne soprattutto con il venir meno del carattere sociale celebrativo e convenzionale della poesia, ad esempio di tipo epico, rispetto all’irrompere del racconto, espresso in modo rigoroso, della sfera privata, con le esperienze personali (si pensi all’amore o all’amicizia).

Ecco, la crisi dei nostri tempi è individuabile nel fatto che alla degenerazione dell’apparato pubblico non faccia da contraltare il risveglio della sfera privata, di quei sentimenti e di quegli ideali ormai intorpiditi dall’individualismo e dall’egoismo imposti da una società dei consumi senza più etica. Cioè non sappiamo più valorizzare quell’otium con cui una società collettivistica come quella romana aveva saputo allargare e arricchire la radicata considerazione dell’uomo unicamente come cittadino in funzione dello Stato.

(Domenico Mamone)

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