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Osservazioni di buon senso

Riscontriamo con soddisfazione che alcune nostre osservazioni e proposte in merito ai decreti ministeriali, illustrate nei giorni scorsi in queste pagine e riprese da alcuni organi d’informazione, siano analoghe a quelle esternate in questi giorni da diversi attori sociali del nostro Paese.

E’ il caso della richiesta di contributi a fondo perduto per le imprese – o perlomeno di un concorso pubblico per le contribuzioni previdenziali – a fronte dei prestiti, tra l’altro con procedure complesse tra banche e Sace, che finiranno per indebitare ulteriormente le aziende. Ad esempio ieri a “Porta a Porta”, Silvio Berlusconi in collegamento da Nizza ha criticato il provvedimento, anche perché la restituzione dei prestiti deve avvenire in sei anni e non nei venti richiesti dal partito del Cavaliere.

Un’altra proposta che risolverebbe il problema della ricerca di manodopera in agricoltura a causa della mancanza di lavoratori stranieri è quella di utilizzare nei campi i percettori del reddito di cittadinanza. Un modo non solo per impegnarli in un lavoro che lo Stato quasi sempre non è riuscito a proporre loro a fronte dell’assegno mensile, ma anche per offrire un’opportunità formativa in un settore dove molti – specie di questi tempi – potrebbero costruirsi il futuro. Questa proposta, che abbiamo lanciato la settimana dei primi provvedimenti governativi, ora è fatta propria da diversi esponenti politici, ad esempio il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Ma anche la sindaca di Riccione, Renata Tosi, ha avanzato un’analoga istanza.

Sul criterio del contributo dei 600 euro ai lavoratori autonomi, distribuito di fatto “a pioggia”, la critica più efficace è quella del giornalista Andrea Purgatori, il quale ha detto che persino lui avrebbe potuto richiederlo e sa di tanti professionisti benestanti che se ne stando approfittando. Siamo pienamente d’accordo.

In chiusura ci piace citare la lunga intervista di ieri al professor Giuseppe De Rita, pubblicata nella terza pagina del quotidiano “La Repubblica”. Risposte ricche di saggezza.

Il fondatore del Censis, che ha quasi 88 anni, in sostanza stigmatizza non solo la “statalizzazione” della pandemia, per cui tutto oggi è delegato allo Stato, persino la beneficenza, ma soprattutto il fatto che c’è un diffuso attendismo verso i soli aiuti pubblici. “Non si può solo aspettare il bonus dello Stato, non possiamo aspettare anche il bonus vacanze – osserva il sociologo – lo Stato non potrà farsi carico di 60 milioni di italiani”. E incalza: “Stiamo diventando un Paese sovvenzionato ad personam. Era un’idea che non sfiorava la generazione della guerra – ricordando che “nel 1945 eravamo straccioni e lo Stato non poteva aiutare nessuno, al massimo qualche pensione di guerra e un po’ di edilizia, eppure tutti si rimisero a faticare senza risparmiarsi”.

Racconta: “Ho quasi 88 anni e vado in ufficio al Censis ogni mattina. In questo momento nessuno dei nostri clienti pensa di affidarci una ricerca, hanno tutti la testa da un’altra parte, però cerchiamo di farci venire delle idee, per fare quei 50-60 contratti che ci danno da campare: altrimenti moriamo”.

Il fondatore del Censis punta l’indice anche contro la politica. “C’è una stanchezza che viene da lontano e a cui ha contribuito anche un’élite al potere che non ha incitato alla vitalità dei soggetti: quasi un invito a non correre troppo. Col risultato che il povero si sacrifica e il ceto medio si lamenta o ha paura… Con questa politica tra un anno lo Stato non avrà più un euro in cassa… Abbiamo una classe politica che fa le cose in base alle reazioni dei social. Ministri più protesi a fare un tweet azzeccato che a capire a fondo un dossier di dieci pagine: è l’accusa che ci fanno in Europa”.

Saggezza ironica anche sulle commissioni di esperti, che su queste pagine abbiamo criticato per l’eccessivo numero,: “All’inizio ci hanno detto di lavarci le mani e di tenere le distanze: due mesi dopo siamo ancora lì – sottolinea il sociologo.

(Domenico Mamone)

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