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Per la Juve (quasi) una Nona sinfonia

“Noventus” ha intitolato oggi la Gazzetta dello sport con il più classico, ma funzionale, gioco di parole. Un efficace calembour, come si chiama nel gergo giornalistico.Una freddura che però consacra il più “caldo” dei record: i bianconeri sono al nono successo consecutivo in campionato. E’ un’impresa che garantisce alla squadra l’ulteriore tassello nella storia del calcio nazionale e internazionale.

E’ questo, in attesa della Champions, il vessillo che i tifosi della Vecchia Signora possono esibire con orgoglio. La Juventus, nonostante gli immancabili e agguerriti eserciti avversari (fatti anche di animali notturni), ha insomma ufficialmente – e finalmente, verrebbe da aggiungere – archiviato l’ennesima pratica scudetto. Certo, ancora con una partita particolarmente sofferta. Contro la piccola Sampdoria che il testaccino Ranieri ha salvato dalla serie cadetta. Con Bernardeschi che ha chiuso il match-scudetto con il suo primo gol in stagione. Come Giaccherini nel 2013 o Padoin nel 2014. Ma, comunque, dopo il brivido friulano, è andata.

Esemplare la sentenza di Gigi Buffon su Instagram: “Vincere è difficile. Rivincere è difficilissimo. Farlo da tremila giorni e per nove anni di fila è semplicemente immenso”. Un lungo sogno che sembra non finire mai.

E’ il degno suggello al campionato più anomalo degli ultimi decenni. Una coda di stagione giocata al caldo e al cardiopalmo (e, non dimentichiamolo per rispetto dei contagiati e delle vittime, per fortuna il Covid-19 non s’è fatto vedere e accanito in campo). Con partite distanti appena ore e non settimane. Senza cornice di pubblico. Senza abbracci plateali. Senza raccattapalle. Con il personale munito di mascherina. Con cinque sostituzioni anziché le classiche tre. Il tutto, in fondo, in un quadro europeo non dissimile: code di campionati completamente saltate (come in Francia e Olanda) e un Pallone d’oro non assegnato.

Di fronte all’ennesimo trionfo, è inevitabile l’analisi dei punti di forza di questa consacrata eccellenza del pianeta sportivo che risponde al nome antico e latineggiante di Juventus. A cui non si possono fare che complimenti. Perché se la buona Lazio di Inzaghi (e Tare) è crollata nel finale, dimostrando i suoi limiti di organico, l’eterna incompiuta Inter continua a smarrirsi finendo i lavori a metà e la sorprendente Atalanta è probabilmente solo all’inizio di un ciclo (con il Napoli di Ancelotti che si è fermato subito e la Roma che continua a soffrire i problemi societari), la Juve è l’unica ad aver saputo confermare quella determinazione che è il frutto migliore di un’organizzazione societaria tra le le migliori nell’Europa del calcio che conta.

Un’organizzazione molto presente, quella del presidente Andrea Agnelli, nove scudetti in dieci di presidenza. Una società vicina ai protagonisti. In campo e fuori. Capace di rinunciare, anzitempo, ad uno scudetto assegnato fuori dal campo. Una vera e propria istituzione abilissima nel gestire gli inevitabili malumori interni, come la polemica tra Ronaldo e Sarri dopo il Milan. O, grazie alla presenza forte e autorevole, a proteggere giocatori dal difficile inserimento, come l’olandese De Ligt dall’inizio non esaltante, riscattato nel prosieguo della stagione.

Se la società continua a dimostrarsi impeccabile, il condottiero bianconero al suo primo successo di prestigio in Italia, Maurizio Sarri, erede di allenatori di peso come Massimiliano Allegri e Antonio Conte nel disegnare questa striscia esaltante, non è però esente da qualche critica. Certo, anche lui oggi è un vincente e va proclamato come tale. Ma la sua Juventus, onestamente, non è quella macchina perfetta vista nelle precedenti stagioni: prende troppi gol, manifesta eccessive carenze nel reparto difensivo, ha compiuto errori clamorosi soprattutto nelle palle alte, persino il centrocampo ha dimostrato incompletezza, da far rimpiangere i periodi di Pirlo, Vidal, Pogba, Deschamps. Però, a conclusione della tormentata stagione, l’allenatore cresciuto a Figline Valdarno ha ben pontificato: vincere non è mai scontato. Tanto più con due giornate di anticipo. Poi una battuta da toscanaccio: “Ai ragazzi ho detto che, se hanno vinto con me, allora sono proprio forti”.

Ecco. I ragazzi. I giocatori. I guerrieri. L’altro basilare elemento di questa macchina quasi perfetta. Ottime gambe, buona testa e tanti fuoriclasse.

Cristiano Ronaldo su tutti. Il protagonista assoluto. Il trascinatore. Quest’anno ben 31 reti quale invidiabile bottino. Dieci in più dello scorso anno. Dal suo genio quasi la metà di tutti i gol della squadra in questa stagione. Scrive Maurizio Crosetti su Repubblica di oggi: “Nella catena di montaggio degli scudetti, il caporeparto è Cristiano Ronaldo. È lui a dirigere il lavoro in sala presse. Nell’antica citta-fabbrica si continuano a produrre scudetti fordisti, il rimbombo dell’opificio riempie di frastuono i borghi che lo ospitano come se ci fosse ancora il Lingotto degli anni d’oro, e la Juventus è il collante che tiene insieme tante epoche”. Analisi perfetta.

Rilievi più tecnici, altrettanto condivisibili, quelli di Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: “Questo nuovo corso di Ronaldo è costato molto anche a Sarri. Se gran parte del sarrismo si è fermato, lo si deve al modo faticoso in cui l’intero fenomeno Ronaldo va inserito nella squadra. Ronaldo alla fine ripaga tutti, ma condiziona il gioco. Con lui si fa quel che serve a lui, non quello che sarebbe bello per gli altri. Gli serve un centravanti che si tolga dalla posizione quando lui si accentra; gli servono una mezzala alle spalle e un terzino sulla fascia che coprano gli spazi che lascia agli avversari. Gli serve un trequartista che sposti verso destra l’ultimo difensore centrale quando di nuovo lui si accentra”.

Giuste osservazioni, che spiegano egregiamente perché l’agognato “sarrismo” – binomio di gioco & spettacolo – non si sia visto. Ma Sarri ha saputo comunque gestire il collettivo, impermeabile alle critiche, forza psicologica e tenacia da vendere.

L’altro protagonista in campo è stato indubbiamente Dybala. L’argentino si è reso il migliore interprete di un’annata eccezionale, con undici gol in campionato, diciassette in stagione. Decisivo in molte partite. Paolo Condò su Sky l’ha definito “l’erede al trono” grazie ai suoi 26 anni.

Poi le galoppate di Cuadrato, la tecnica di Bentancur, l’esperienza di Chiellini, l’unico ad aver vinto i nove scudetti consecutivi. L’olandese Matthijs De Ligt, giovane destinato ad un futuro eccelso. E gli altri. Un collettivo che conferma il carattere bianconero, il vigore nel superare le piccole crisi, l’essere decisivi nei momenti cruciali, come nelle due sfide vinte contro i nerazzurri di Antonio Conte o la capacità di riprendere la partita contro l’Atalanta e di battere la Lazio in una fase determinante.

Adesso, per la Juve campione, è tempo di concentrarsi sulla Champions League. Nell’ennesima anomala stagione, in pieno agosto, torna a concretizzarsi l’infinita ambizione della coppa con le orecchie, tra sogni, passioni e tormenti. Con un carico di storia da onorare, che passa dalle trentanove vittime dell’Heysel a Gaetano Scirea, giocatore galantuomo fino al ricordo di Andrea Fortunato. Perché lo “stile Juve”, nei giorni di festa, è anche questo.

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