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Ritorna (tempestiva) la questione della legge elettorale

Dopo il palesarsi dei gravi sintomi di ogni crisi politica, quindi con buona frequenza nel nostro Paese (la scorsa settimana l’ennesimo febbrone con l’elezione del Capo dello Stato), si riapre tempestivo il dibattito sulla legge elettorale. Le proposte, il più delle volte, appaiono come foglie di fico che non come il compimento di un percorso serio, condiviso e adempiuto, affidato ai non pochi esperti accademici della materia rispetto agli slogan del politico di turno. Puntualmente, infatti, riaffiorano voglie proporzionaliste, smanie presidenzialiste, lotterie sulle soglie di sbarramento, mancando il progetto di un impianto  strutturato di una riforma all’altezza di una democrazia compiuta e matura.

Utile, allora, ripercorrere un po’ di storia, dal momento che il tema della riforma elettorale si ripresenta con accelerata cadenza da ormai trent’anni. Cioè da quel 9 giugno 1991 quando un referendum – caratterizzato dal vano invito di Bettino Craxi ad “andare al mare” – abolì le preferenze plurime. Fu la prima spallata alla cosiddetta “Prima Repubblica” già minata dalla caduta del Muro di Berlino e dall’affievolirsi dei blocchi mondiali contrapposti.

Quella stagione referendaria, che vide il democristiano Mario Segni come assoluto animatore, registrò anche l’abolizione del sistema di elezione del Senato con il celebre referendum maggioritario del 18 aprile 1993 e sfociò, guarda caso, nel Mattarellum, cioè la legge Mattarella del 1993 che introdusse per la prima volta in Italia il sistema elettorale misto. Una soluzione complessa e di compromesso, con il maggioritario uninominale a turno unico per i tre quarti dei seggi del Senato e della Camera, il proporzionale per il 25 per cento dei seggi del Senato e della Camera, seppur con regole differenti tra loro. L’obiettivo, raggiunto solo in parte, è stato il bipolarismo tra il centrodestra di Berlusconi e il centrosinistra a traino degli ex comunisti.

Nel 2005, cioè appena una dozzina di anni dopo, il cosiddetto Porcellum, cioè la legge Calderoli poi sconfessata dallo stesso autore, ha rimescolato le carte ridando vigore al sistema proporzionale. Nelle elezioni dell’anno seguente si sono espressi per la prima volta anche gli italiani all’estero, sollevando non poche polemiche sull’ortodossia delle procedure, specie nel Sud America. Nel 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di parte della legge, in riferimento al premio di maggioranza e alla lunghezza delle liste bloccate. Insomma, un gran pasticcio.

Negli anni seguenti la situazione non è migliorata. Nel 2015 abbiamo avuto il cosiddetto Italicum, addirittura mai utilizzato, quindi il Rosatellum con la sua versione bis del 2017, promotore Ettore Rosato, oggi in Italia Viva, ancora un sistema misto poco funzionale, per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario, che ha generato problemi di squilibrio e un parlamento oggi molto frammentato, accentuato dall’immancabile transumanza di deputati da uno schieramento all’altro.

Ovviamente le spinte proporzionali o maggioritarie nascono da interessi propri di ogni partito, legati in particolare al peso elettorale: è chiaro che le formazioni più piccole spingano per il proporzionale, che assicura una rappresentanza a tutti gli schieramenti in campo, mentre quelle più grandi siano favorevoli al maggioritario puro, che tende a premiare i grandi partiti e a calamitare le forze minori verso raggruppamenti strutturati, assicurando una maggiore governabilità. Almeno sulla carta. È altrettanto vero che molte variabili intervengono in questo dualismo: gli scontri interni ai partiti, come abbiamo visto nei giorni scorsi, rendono spesso vana la semplificazione in due o tre poli. Esemplare la Lega che mandò in crisi Berlusconi nel 1994 o i centristi che misero in crisi Prodi qualche anno dopo. A sparpagliare le carte sono anche i cosiddetti “cambi di casacca”, in questa legislatura particolarmente numerosi a causa principalmente della diaspora dai Cinque Stelle.

Semplificando, il sistema proporzionale ha purtroppo dimostrato di essere inadatto a produrre una maggioranza stabile, a causa dei “tanti galli che cantano”, mentre il sistema maggioritario è risultato inappropriato per rappresentare fedelmente la maggioranza degli elettori, anche a causa del crescente astensionismo.

Le spinte a riformare il sistema elettorale sono spesso contemporanee alla ricollocazione delle forze politiche in campo. A destra, Lega e FdI sono oggi più distanti e anche concorrenti, mentre i “cespugli” di centrodestra sembrano ambire più al “grande centro” rispetto alla ricostruzione di un asse con Salvini e Meloni. È chiaro che i primi due mirano al maggioritario, mentre al centro si punta al proporzionale, così come il Movimento Cinque Stelle, che ha perso quel ruolo dominante in molti territori, ad esempio al Sud.

Il proporzionale, in sostanza, facilita l’accesso in Parlamento di ogni formazione, in particolare di ogni neoformazione.

L’altra variabile è rappresentata dallo sbarramento: i grandi partiti, come il Pd, lo vogliono alto (al 5 per cento) proprio per costringere le piccole formazioni a “scendere a patti”, mentre i piccoli puntano al 3 per cento come soglia di sbarramento.

Di legge elettorale, insomma, sentiremo a lungo parlare. Più dai parlamentari che dai veri esperti della materia, che in genere la insegnano negli atenei. Il tema, bisogna ammetterlo, è decisamente noioso, specie quando il Paese è ancora immerso nella pandemia e nelle sue macerie. Ma il vero punto è che non possono essere i giocatori ad essere arbitri di sé stessi.

(Domenico Mamone)

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