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Senza gli anziani saremmo realmente più poveri

L’infelice uscita del presidente della Liguria, Giovanni Toti, che in un Tweet ha scritto che gli anziani “non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese” (intendendo che, per tutelarli, possono tranquillamente essere messi in lockdown), oltre a suscitare un vespaio di polemiche, ha acceso un esteso dibattito sui rapporti tra terza età, Covid e società.

Nella stessa direzione, una ricerca dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), diffusa solo qualche giorno fa, ha provato a quantificare quante vite sarebbero salvate da un isolamento delle classi più fragili.

Tuttavia, stabilire una sorta di clausura imposta dall’età, tra l’altro di difficile attuazione, pone innanzitutto dei problemi di natura etica. Specie nel nostro Paese, dove ciò che resta della cultura rurale patriarcale assicura, innanzitutto e giustamente, il rispetto e la riconoscenza per chi ha i capelli bianchi.

Altrettanto infelice riteniamo sia stata la dichiarazione del premier Conte che ne ha elogiato principalmente il ruolo di protagonisti nel boom economico a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Come imprenditori sappiamo quanto sia importante, per la vita individuale e collettiva di tutti, lo “sforzo produttivo”. E la sua salvaguardia. Ma nel contempo siamo coscienti che il lavoro debba conservare intrinseco il valore della nobilitazione dell’uomo, preservando gli insegnamenti dell’ora et labora di San Benedetto da Norcia, connubio tra realizzazione e spiritualità. Senza morale, affidandoci unicamente all’iperliberismo senza regole né steccati, perderemmo le componenti base della stessa civiltà, faticosamente costruita e difesa (anche dal terrorismo fanatico). Martin Luther King sosteneva che il capitalismo corre il rischio di ispirare gli uomini ad essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere. E gli adepti di quello che un tempo veniva chiamato “capitalismo senz’anima” sono smentiti da una condizione innegabile: gli ultrasettantenni, con pensioni e rendite, sono ottimi consumatori.

Certo, il Covid, sorta di virus classista e spartano, costituisce una falcidia soprattutto per i più deboli. L’età mediana dei decessi è di 80 anni, quella dei ricoveri in terapia intensiva è di 63 anni. Preservare queste categorie equivale a rafforzare quegli strumenti e quei servizi di welfare che proprio le logiche dei tagli indiscriminati hanno depotenziato.

In fondo, poi, siamo certi che siano più utili alla società certi giovani imprenditori rampanti, che si muovono ai limiti del cinismo e dell’illegalità, rispetto a certi anziani che rappresentano dei fari di saggezza? Quanti imprenditori di quel tipo possono competere con attempati artisti capaci, da un palcoscenico, di estendere il senso delle nostre vite?

Due intellettuali di spessore, ancora molto attivi, lo storico Alberto Asor Rosa, 87 anni, e il sociologo Giuseppe De Rita, 88 anni, hanno avvertito, dalle pagine di Repubblica, che rinchiudere la loro generazione equivale ad anticiparne la scomparsa. E saremmo tutti realmente più poveri.

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