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Televiolenza

Gli ultimi orribili fatti di cronaca nera nel nostro Paese – dalle sevizie al pensionato di Manduria allo stupro di Viterbo – ripropongono in tutta la sua drammaticità il tema della violenza. Certo, malvagità e ferocia sono purtroppo correlate alla natura umana. Esistono quindi da sempre. L’inflazione di commenti del genere “Cosa sta succedendo?” o Dove arriveremo!” risponde unicamente alle impressioni del momento.

Appaiono parimenti fuorvianti – e talvolta anacronistiche – quelle analisi intinte di sociologia per cui sarebbe il clima politico del Paese a concorrere ad animare i giovanissimi autori di tali scempi o il contesto territoriale in crisi e povero di altri stimoli. Ma, in fondo, quando mai abbiamo avuto un clima politico rilassato o i piccoli centri hanno offerto grandi opportunità alla popolazione più giovane, salvo il bar della piazza o il giardino comunale? Non a caso decenni di politiche urbanocentriche, di soppressione dei servizi in provincia (emblematica la mobilità pubblica), ma anche di valori negativi d’importazione frutto della globalizzazione, hanno abbrutito e desertificato, anche in termini demografici, gli entroterra montani del nostro Paese.

La violenza, purtroppo, è figlia principalmente di disvalori. Soprattutto oggi. E se ci sono degli elementi nuovi, comuni e costanti nelle azioni folli compiute da tali giovanissimi, queste sono la ferocia fine a sé stessa, la totale incoscienza fino a teleriprendere la violenza (immagini che poi paradossalmente serviranno ad inchiodare senza dubbi gli autori) e appunto il supporto offerto dalle nuove tecnologie. Per cui riprendere una scena straziante, tipo film di Kubrick o di Tarantino, promuoverebbe l’atto quasi come eroico, iscrivendolo in un mondo digitale spacciato ormai per migliore e insensatamente più autentico di quello reale. Smartphone demoniaci, divenuti una sorta di terzo arto o di appendice per molti giovanissimi la cui visione della realtà e della collettività è totalmente alterata. Immagini acquisite come prova di ardimento e talvolta anche come arma di ricatto.

Un’altra novità, in questo delirio di televiolenza, è la presenza del tempestivo commento del leader politico, in linea con l’ormai perpetuo e ossessivo circo mediatico. Gli slogan che richiamano la certezza della pena, la galera con chiavi buttate o la castrazione chimica quasi mai accompagnano analisi più serie, anche qualche “mea culpa” ad esempio per l’indolenza delle istituzioni verso le nuove generazioni (c’è chi è arrivato persino a ridicolizzare le manifestazioni ecologiste degli studenti nel segno di Greta). Meglio impegnarsi per un mondo migliore, quello che non sono riusciti a garantire le generazioni precedenti, o per dar vita a scene raccapriccianti, reali più che realistiche?

E’ la miscela di inciviltà, di noia e di narcisismo a produrre questo obbrobrio. Ma non solo. A ciò si somma l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte. Martin Luther King si diceva spaventato non dalla violenza dei cattivi, ma dall’indifferenza dei buoni. A Manduria, dove le atrocità prodotte dal branco verso il povero e indifeso pensionato sono andate avanti per tanto tempo, sembra che nessuno abbia mai assistito a quei pestaggi davanti alla casa della vittima e nemmeno visto quei video postati (con alto numero di visualizzazioni). Così come uno dei due giovani presunti autori dello stupro, già con episodi non proprio esemplari alle spalle, è stato persino mandato in consiglio comunale dai compaesani.

La senatrice a vita Liliana Segre, superstite di quel delirio di violenza chiamato Olocausto, ricorda che l’indifferenza è più colpevole della violenza stessa: “È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte”. Parole sante. Queste.

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