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Tutti parlano di innovazione, ma da dove partire?

L’accusa che viene mossa all’attuale governo, ma in fondo anche a quelli precedenti, è la mancanza di visione. Cioè non si rileva una strategia unitaria e coordinata per il futuro. Ciò, in fondo, è in linea con quanto messo in luce negli ultimi decenni: il nostro Paese ha rinunciato agli investimenti strategici in comparti-chiave per le sfide ormai globali, ad esempio nell’innovazione, preferendo assicurare contributi a pioggia per accontentare questo o quel settore utile ai fini del consenso elettorale. Emblematico il caso di “quota 100” o dei tanti “bonus” (ad esempio di quello per i diciottenni), interventi praticamente inutili in termini di produttività.

La conseguenza di queste politiche scellerate, all’insegna dello spreco e dell’improduttività, spesso miste alla cronica inerzia, sono testimoniate dai numeri del nostro “medioevo digitale”.

Una conferma in tal senso viene dal Desi, acronimo di Digital economy and society index, l’indice comunitario che dal 2014 misura la competitività digitale degli Stati europei. Questi importanti numeri rivelano il tasso di innovazione, che costituisce un elemento essenziale per assicurare crescita economica ad un Paese.

Nei giorni scorsi è stata presentata la nuova edizione del Desi, che per l’Italia ha rappresentato l’ennesimo disastro. Per digitalizzazione siamo terz’ultimi tra i 28 Stati europei, davanti soltanto a Romania, Grecia e Bulgaria, con un gap tecnologico davvero preoccupante rispetto alle nazioni d’avanguardia in questo settore.

Nel dettaglio, il nostro punteggio è 43,6 rispetto al 52,6 del dato medio comunitario. Nove punti di ritardo.

Il Desi ci fornisce molteplici indicazioni utili.

Se per connettività, ad esempio, siamo abbastanza in linea con l’Europa (bene per copertura delle reti NGA, meno bene per diffusione della banda larga fissa ad almeno 100 Mbps), diverso è il caso delle competenze digitali di base e avanzate del nostro “capitale umano”, che ci condannano all’onta dell’ultimo posto (punteggio 32,5 rispetto al dato europeo 49,3).

Nel dettaglio, soltanto il 42 per cento delle persone tra 16 e 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (rispetto al 58 per cento nell’Unione europea) e solo il 22 per cento dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (a fronte del 33 per cento nell’Unione). Addirittura il 17 per cento degli italiani non ha mai utilizzato Internet (quasi il doppio della media comunitaria). A tutto ciò va aggiunto la scarsa percentuale di laureati in materie informatiche (circa l’1 per cento) e, di conseguenza, di specialisti nell’Ict.

Non va meglio sul fronte delle imprese. Il 22 per cento delle aziende utilizza i social media (tre punti percentuali in meno della media europea), mentre si avvale di servizi cloud il 15 per cento di esse (sempre tre punti in meno). Solo il 10 per cento delle piccole e medie italiane vende on-line (qui i punti di distacco con la media europea diventano otto).

Male anche per i servizi pubblici digitali, con punteggio 67,5 a fronte del 72 medio europeo. Con un’aggravante: soltanto il 32 per cento degli utenti italiani on-line usufruisce concretamente dei servizi, rispetto alla media comunitaria del 67. Meno della metà.

Insomma, nonostante le tante “buone intenzioni” manifestate dai governi degli anni precedenti sul fronte “sviluppo tecnologico” (si pensi agli annunci sui nuovi servizi e-Gov, o alla “i” morattiana di internet per le scuole, oppure alla strategia “Italia 2025” del ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione fino alla “Industria 4.0” di Calenda), la situazione dell’innovazione rimane di fatto una chimera per il nostro Paese. Del resto il pasticcio firmato Inps per le domande relative al bonus per l’emergenza Covid o i molti buchi neri nella didattica a distanza danno concretezza ad ogni percentuale rilevata nelle indagini.

Da chi dovremmo prendere esempio? Principalmente dai Paesi scandinavi, che guidano la classifica del Desi. In Finlandia, ad esempio, oltre tre persone su quattro posseggono competenze digitali di base o superiori; la percentuale di specialisti Ict ha raggiunto il 7,2 per cento, quasi il doppio della media europea; i laureati Ict hanno toccato il 6,3 per cento, oltre sei volte il dato italiano.

In Svezia il 72 per cento della popolazione possiede almeno competenze digitali di base, gli specialisti Ict costituiscono il 6,8 per cento dell’occupazione totale e addirittura la maggior parte delle imprese svedesi evidenzia difficoltà nel colmare i posti vacanti legati alla ricerca di professionisti Ict.

Il quadro fornito dal Desi è chiaro: i Paesi con maggiore diffusione delle tecnologie digitali sono anche quelli che crescono più velocemente. E l’emergenza Covid ha confermato l’importanza di dotarsi di un adeguato apparato digitale, sia nel tessuto produttivo privato sia nei servizi pubblici, per affrontare al meglio le difficoltà conseguenti.

Quella “visione” per il futuro di cui si parla tanto oggi in Italia, ma che si perde tra le molteplici e parcellizzate rappresentazioni di istanze da parte dei più svariati settori della società, non può quindi prescindere dall’effettiva svolta digitale, passaggio obbligato per un reale processo di modernizzazione del Paese. Ma serve un deciso cambio di paradigma, a cominciare da una reale opera di sburocratizzazione e da un rinnovato sistema di riqualificazione della forza lavoro e di selezione del “classe dirigente” del Paese. Ma, realisticamente, siamo in un libro dei sogni.

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