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L’arresto di Marcello Di Vito & company: lezione (e lesione) Capitale

Non c’è pace per Roma. La Capitale aggiunge nella sua millenaria storia ulteriori sfregi operati dai poteri politico ed economico. La città della “grande bellezza” è diventata l’emblema sventurato di un Paese che non riesce ad esprimere classi dirigenti degne delle nazioni più evolute. Un ambiente di Palazzi malsani, preda di triviali affaristi che contribuiscono in modo rilevante ad accentuarne il degrado fisico e morale. Una città provinciale, nella peggiore accezione del termine, incapace di progettare, elaborare, realizzare opere e servizi in linea con le più progredite metropoli europee, preferendo ancorarsi ad eterni sogni di stadi per far ruotare nel migliore dei modi un pallone (e il conseguente business).

L’arresto per corruzione di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina ed esponente di primo piano del Movimento Cinquestelle, quindi non proprio un passante, riaccende cronache giudiziarie e bufere mediatiche sul Campidoglio, dopo l’infinita tormenta collegata a Mafia Capitale. L’assessore allo Sport, Raffaele Frongia, indagato per corruzione, aggiunge altra prevedibile benzina sul fuoco. A finire nella graticola – al di là degli esiti di queste vicende giudiziarie – è comunque la formazione politica dei protagonisti, quel Movimento Cinquestelle che avrebbe dovuto rappresentare il nuovo, la discontinuità, la pulizia del marciume precedente. Per questo, nel ballottaggio di quasi tre anni fa, due elettori romani su tre – qualcuno anche con la classica “molletta sul naso” – si sono affidati ai grillini, sorretti dalla speranza di una drastica correzione della rotta e di una nuova classe dirigente composta principalmente di giovani (alcuni, nel frattempo, diventati meno giovani) perbene. Persino il merito o la competenza sono passati in secondo piano pur di inseguire l’onestà e la trasparenza. Del resto si votò con le macerie ancora fumanti conseguenti alle esperienze non certo esaltanti di sindaci e giunte precedenti. Di molti di quegli esponenti si continua a parlare non per meriti conseguiti sul campo, ma perché finiti nelle carte della magistratura.

Alle corti di molti Palazzi romani, da anni, c’è un illimitato andirivieni di carrieristi, arrampicatori sociali, poltronisti, corruttori, avvocatucci, quasi sempre con casacche adeguate alle mode politiche del momento. Una schiera di personaggi, talvolta dai “soliti cognomi” (o con quelli analoghi ai protagonisti dei film con Totò), che certifica l’impoverimento culturale e ideologico di una classe dirigente che ha fatto del cemento e della carta stampata gli strumenti più efficaci per corroborare il connubio soldi & potere. E la pratica quotidiana di slogan fomentatori d’odio e di abilità mediatiche ha aggiunto la presa su platee annuenti.

Con lo sgretolamento delle passioni politiche, delle capacità critiche, delle speranze per il futuro, la presa del potere è davvero ormai frutto di una “congiunzione astrale”, laddove il dannoso vuoto altrui può assicurare spazi locali e nazionali persino ad un Gabibbo, come emerge da una delle intercettazioni dell’ultima inchiesta romana. Ultima solo in termini di tempo. Ahinoi.

(Giampiero Castellotti)

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