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L’idea di un fondo europeo anti-crisi

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si avvia alla fine. Per il nostro Paese, massimo fruitore, non è una buona notizia in quanto il Pil degli ultimi anni ha beneficiato di questa pioggia di denaro. E ne ha tratto vantaggio anche il mondo del lavoro, con la riduzione del tasso di disoccupazione e l’aumento di quello di occupazione.

Il Pnrr, che fa parte del programma comunitario Fondo europeo per la ripresa da 750 miliardi complessivi, ha garantito all’Italia 191,5 miliardi, di cui 121 in prestiti e 70 in sovvenzioni a fondo perduto. Lo scopo dell’operazione è stato il rilancio dell’economia dopo gli esiti della pandemia da Covid.

Il bilancio, ancora provvisorio, è tutto sommato positivo: i fondi in massima parte sono stati spesi bene e le ricadute, soprattutto in termini infrastrutturali, ci sono tutte. Ma, al di là degli aspetti materiali, il Pnrr rappresenta un’esperienza unica: i fondi sono stati attivati attraverso emissione di debito comune. Si tratta di una scelta, solitamente caldeggiata dai Paesi con debito pubblico più alto e osteggiata dai Paesi più rigorosi nei conti, che ha creato un precedente comunque positivo, anche perché ben assorbito dai mercati finanziari.

Ora il dibattito sulla possibilità di adottare, a livello comunitario, una capacità fiscale perpetua è alimentato anche da questa esperienza quinquennale. È una scelta, oltre che economica, soprattutto politica che può anteporre uno spirito squisitamente europeo fondato sulla solidarietà rispetto alla prosecuzione di un quadro affidato esclusivamente ai bilanci nazionali.

A questo proposito non si può che condividere la proposta di Paolo Ortolano, dirigente presso il ministero della Giustizia, illustrata sulla Voce.info, di un fondo europeo contro la crisi mediante l’introduzione di uno stabilizzatore automatico da istituire presso la Banca europea per gli investimenti, attivato quando indicatori come la disoccupazione o l’output gap peggiorano in modo significativo. Con risorse che dovrebbero essere vincolate a progetti di investimento pubblico, come nel caso del Pnrr, ad esempio in istruzione, sanità, infrastrutture, innovazione e politiche attive del lavoro.

Scrive Ortolano: “Il funzionamento del fondo che stiamo ipotizzando richiederebbe di proseguire nel cammino tracciato, consolidando una struttura europea di analisi e monitoraggio capace di valutare in modo tempestivo l’andamento del ciclo, una sempre maggiore integrazione tra istituzioni e lo sviluppo di una cultura condivisa del benessere collettivo, quale condizione di legittimazione politica”. Da sottoscrivere.

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