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Chiusura Cop28, molte reazioni bocciano l’esito

“Di fronte all’urgenza di una crisi che non ammette più indugi, la Cop28 si è chiusa con un bilancio in chiaroscuro. Dopo trentuno anni di negoziati, iniziati nel 1992 al Summit delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, per la prima volta tutti i governi del mondo, seppur con differenti livelli di entusiasmo, hanno formalmente riconosciuto la necessità di dove porre fine all’era dei combustibili fossili. Questa decisione, maturata in un contesto tutt’altro che favorevole, quello del ‘petroStato’ degli Emirati Arabi Uniti, emerge come un raggio di luce inaspettato”. È il commento di Andrea Barbabella, responsabile scientifico di “Italy for climate” e responsabile clima ed energia della Fondazione per lo sviluppo sostenibile in merito alla chiusura della Cop2, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

“Tuttavia, il documento concordato a Dubai è anche ricco di sfumature di grigio, fatte di cose che mancano, come date e numeri certi, e cose di troppo, come terminologie ambigue e soluzioni tecnologiche discutibili – continua Barbarella. “Ma il vero lato oscuro di questa Cop è stato il tempo. Non solo il tempo che ci è voluto per riuscire da ammettere che, sì, per contrastare la crisi climatica avremmo dovuto cominciare a ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili, ma soprattutto quello, piccolissimo fatto di una manciata di anni, che ci rimane per poter cambiare rotta e iniziare la ripida picchiata delle emissioni. Insomma, quello che avremmo voluto e che ancora non abbiamo ottenuto, almeno a questa Cop, è una roadmap chiara fatta di obiettivi e target finalmente condivisi. Per la quale certamente non possiamo aspettare altre 28 Cop”.

L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ha ricordato che quasi il 60 per cento delle persone costrette alla fuga nel mondo si trova nei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, come Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Afghanistan e Myanmar. Ha chiesto, quindi, in occasione della conferenza, un’azione immediata e collettiva per affrontare l’impatto senza precedenti del cambiamento climatico e i suoi profondi effetti sulle persone costrette alla fuga e sulle comunità che le ospitano.

“L’emergenza climatica sta colpendo le persone costrette alla fuga tre volte: le strappa dalle loro case, aggrava la loro crisi in esilio e distrugge la loro terra d’origine, impedendone il ritorno – ha dichiarato l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi. “Questa dura realtà evidenzia il modo in cui l’emergenza climatica esaspera lo sfollamento e la sofferenza umana”.

Il cambiamento climatico, infatti, rivela una grave ingiustizia: coloro che hanno contribuito meno al deterioramento ambientale soffrono di più.

In vista del Global Refugee Forum della prossima settimana, l’Unhcr si impegna a collaborare strettamente con i governi, i partner del settore privato e la società civile per aprire la strada a un futuro sostenibile in cui il nesso tra cambiamento climatico e sfollamento sia affrontato efficacemente attraverso soluzioni inclusive e innovative.

“Molto rumore per nulla” è il secco commento di Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, alle conclusioni della Cop28. “Questa Cop era già partita sotto i peggiori auspici – spiega Nappini. “La scelta paradossale di riunire 195 Stati negli Emirati Arabi, uno dei principali Paesi produttori di petrolio, e di dare al ministro Sultan Al Jaber, che dirige l’azienda petrolifera statale, la presidenza di una conferenza decisiva per invertire una rotta che sta portando al collasso climatico, fin dall’inizio è stato un pessimo segnale politico. Avevamo colto un aspetto positivo – il sistema alimentare per la prima volta al centro delle riflessioni – ma le conclusioni non lo hanno confermato. Le aspettative legate alla Dichiarazione degli Emirati sull’agricoltura sostenibile, firmata da oltre 150 Stati, al lavoro di Sharm el-Sheikh sull’agricoltura e la sicurezza alimentare e alla roadmap della Fao, sono state deluse dalla mancanza di obiettivi concreti e vincolanti e dall’influenza dei grandi produttori del settore agricolo, principali responsabili delle emissioni di Co2”.

Dopo lunghi negoziati, per la prima volta sono stati citati nel documento finale i combustibili fossili, ma l’accordo sulla transizione verso la neutralità carbonica è pieno di scappatoie e permetterà ai Paesi di non muoversi con la velocità necessaria per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi.

“La cosa più deludente è che, come ci aspettavamo, l’agroecologia non è emersa come elemento chiave e potenziale soluzione per cambiare il sistema alimentare e combattere il cambiamento climatico. Si è discusso molto di fonti energetiche alternative, ma, ancora una volta, non si è messo in discussione il modello attuale di sviluppo, produzione e consumo – continua Nappini.

Ancora una volta, la Cop28 ha dimostrato come questi incontri globali non guardino al futuro della nostra vita sul pianeta e della nostra salute, ma siano in balìa degli interessi delle multinazionali.

“Fortunatamente, le amministrazioni locali e la società civile stanno compiendo passi più concreti per affrontare le sfide quotidiane legate alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità. Il futuro è nelle mani delle comunità e della collaborazione fra chi è realmente interessato alla transizione verso la sostenibilità – conclude Nappini.

Infine il commento di Simone Garroni, direttore di Azione contro la fame: “Nonostante i passi avanti compiuti a Dubai verso l’abbandono dell’uso dei combustibili fossili e verso una giustizia climatica a sostegno dei Paesi più colpiti da una crisi che non hanno contribuito a causare, i risultati di questa Cop sono ancora insufficienti, accogliamo con favore i progressi fatti ma questi non bastano per fermare il riscaldamento climatico, né per garantire il diritto al cibo per le popolazioni più vulnerabili, non supportate da un’adeguata finanza climatica da parte dei Paesi responsabili dell’inquinamento globale”.

Le dichiarazioni adottate dai Capi di Stato sull’alimentazione e l’agricoltura, su clima e salute, e su soccorso, ripresa e pace hanno affrontato alcuni degli argomenti chiave inclusi nelle richieste avanzate da “Azione contro la fame” nella lettera appello al governo italiano in vista della Cop28, tra cui un maggior accesso ai finanziamenti climatici da parte delle comunità colpite, una transizione verso sistemi agroalimentari sostenibili, e la garanzia di accesso ad acqua pulita e servizi igienico sanitari.

“Queste dichiarazioni non sono vincolanti, quindi non impongono obblighi agli Stati, e non introducono nuovi obiettivi più ambiziosi di quelli già annunciati in precedenza. Non sono quindi sufficienti per affrontare gli impatti devastanti della crisi climatica sulla sicurezza alimentare e nutrizionale di milioni di persone – continua Garroni – è necessario dare nuovo impulso al percorso negoziale sull’agricoltura avviato dalle precedenti Cop, per rendere concreta una trasformazione equa e sostenibile dei sistemi agroalimentari, ascoltando le voci di coloro che sono colpiti dalla fame e dall’insicurezza alimentare ed attingendo ad approcci inclusivi e trasformativi come l’agroecologia”.

Ugualmente insufficienti, secondo “Azione contro la fame”, i finanziamenti promessi per il Fondo per le perdite e i danni (Loss & Damage Fund, reso operativo all’inizio dei negoziati di Dubai), incluso l’impegno preso dal governo italiano di contribuire al Fondo con 100 milioni di euro. Senza dimenticare che i leader dei Paesi del Nord globale dovranno garantire che vengano affrontati i problemi legati alla gestione di questo Fondo da parte della Banca Mondiale, e che le comunità colpite possano accedere direttamente ai finanziamenti.

“È in gioco la vita di milioni di persone: si tratta di preservare i mezzi di sussistenza e la resilienza delle comunità più colpite e vulnerabili, alle quali è nostra responsabilità assicurare giustizia climatica e, in ultima istanza, garantire il diritto a una vita libera dalla fame – conclude Garroni.

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