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Dossier Immigrazione: sotto accusa conflitti, clima e Covid-19

Ammontano a 281 milioni (uno ogni 30 dei 7,9 miliardi di abitanti della Terra) i migranti nel mondo, ovvero le persone che vivono fuori dal Paese di residenza, di cui 169 milioni sono lavoratori. Alla fine del 2021 i migranti forzati hanno raggiunto, alla fine del 2021, gli 89,3 milioni (di cui 53,2 milioni sfollati interni, 21,3 milioni rifugiati, 5,8 milioni rifugiati palestinesi del 1948 e loro discendenti, 4,6 milioni richiedenti asilo e 4,4 milioni venezuelani fuggiti all’estero); ma già a maggio 2022 hanno superato i 100 milioni, soprattutto a causa dell’alto numero di persone in fuga dalla guerra scoppiata, il 24 febbraio, in Ucraina (nel complesso più di 14 milioni a fine settembre 2022).

Sono i numeri offerti dal 32° Dossier Statistico Immigrazione a cura di Idos, in collaborazione con Confronti e Istituto di studi politici “S. Pio V”, presentato giovedì 27 ottobre al Teatro Orione di Roma. Sfogliando le pagine del volume, presente anche una scheda informativa del patronato Enasc, l’Ente nazionale assistenza sociale ai cittadini diretta emanazione dell’Unsic.

Secondo i dati più recenti, l’83 per cento dei migranti vive in Stati a reddito medio-basso. Proprio i Paesi a sviluppo avanzato – il Nord del mondo – si configurano come “la più grande comunità recintata del pianeta”, protetta da una fitta schiera di barriere terrestri, sbarramenti marittimi e muri artificiali, eretti a protezione dei quasi 1,4 miliardi di persone che lì vivono, il 17,3 per cento della popolazione planetaria.

Proprio quel Nord del mondo che dispone di poco meno della metà del Pil mondiale, mentre nel Sud i restanti 6,4 miliardi di abitanti si spartiscono la rimanente parte di Pil (54,3 per cento); e in particolare i 4 miliardi di persone più povere del mondo fruiscono solo di un quarto della ricchezza planetaria.

Nonostante l’interdipendenza economica tra le varie aree del mondo, la distribuzione mondiale della ricchezza mantiene il suo carattere fortemente polarizzato.

Tra le innumerevoli variabili intervenute per comprendere le migrazioni contemporanee, nel Dossier vengono individuate le “3 C” come i principali fattori chiave scatenanti: conflitti, clima e Covid-19.

Nel 2021, i 32 conflitti nel mondo, dei quali 17 ad alta intensità, hanno congiunto i propri effetti devastanti a quelli dell’emergenza climatica e della pandemia da Covid-19, rendendo inabitabili aree sempre più vaste del pianeta. A questi fattori di espulsione si è aggiunta, di recente, la guerra tra Russia e Ucraina, che a fine settembre 2022 aveva già spinto 7,4 milioni di profughi ucraini nei Paesi comunitari.

A loro volta le crisi ambientali, provocate in gran parte dal cambiamento climatico, nel solo 2021 hanno generato 24 milioni di sfollati interni. Gli effetti delle condizioni meteorologiche estreme, dalla siccità alle inondazioni, dalle desertificazioni all’inquinamento di aria, acqua e terra, colpiscono “soprattutto i Paesi poveri e i poveri che vivono nei Paesi ricchi”. Secondo la Banca mondiale, entro il 2050 i migranti ambientali, in fuga dai disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, potrebbero arrivare a 220 milioni di persone.

Nonostante una consistente contrazione della mobilità umana rispetto al periodo pre-pandemia, nel corso del 2020 i flussi migratori hanno portato la popolazione straniera residente nell’Unione europea a 37,4 milioni, di cui 13,7 milioni comunitari, per un’incidenza dell’8,4 per cento sulla popolazione totale. Nel 2020 gli effetti contrattivi causati dalla pandemia da Covid-19 (blocchi della mobilità internazionale, riduzione delle nascite e aumento dei decessi, rallentamenti nel rilascio e rinnovo dei titoli di soggiorno) hanno concorso a una diminuzione consistente del numero dei non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia (-242.000, -6,7 per cento). A fine 2021, a seguito della ripresa dei flussi migratori e degli effetti delle nuove misure di governance (come quelle del “Decreto immigrazione” del dicembre 2020), tale numero è risalito a 3.561.540 (+187.664, +5,6 per cento), attestando una sorta di “riassestamento fisiologico” dopo i consistenti cali del biennio precedente.

Distribuzione territoriale – Il 70 per cento dei cittadini stranieri residenti nell’Unione europea a fine 2020 viveva nei quattro principali Paesi comunitari di immigrazione: Germania (10.585.053), Spagna (5.368.271), Francia (5.215.225) e Italia (5.171.894). Considerando i nati all’estero, che includono i sempre più numerosi naturalizzati, il numero lievita a 55,4 milioni. La politica migratoria europea, che da molti anni ha drasticamente ristretto i canali regolari di ingresso per i migranti economici non Ue e adotta politiche di respingimento – anche esternalizzate – verso i profughi, ha finito per indurre entrambi all’attraversamento irregolare delle frontiere, via terra o via mare. L’intero fondale del Mediterraneo, “il luogo di migrazione più fatale al mondo”, è disseminato di morti: solo negli ultimi otto anni, dal 2014 al 2022, se ne sono accertati quasi 25mila, tra i quali non sono ricompresi i “naufraghi invisibili”. Non sorprende, quindi, che nel 2021 l’immigrazione irregolare verso l’Ue sia risalita ai livelli pre-pandemici, con quasi 200mila ingressi (+57 per cento rispetto al 2020 e +38 per cento rispetto al 2019). La rotta principale è tornata ad essere quella del Mediterraneo centrale (67.724 attraversamenti), la più battuta insieme a quella dei Balcani occidentali (61.618).

Tipologia permessi di soggiorno – Sono 241.595, più del doppio rispetto al 2020, i nuovi permessi di soggiorno rilasciati nell’anno e, per la prima volta dal 2015, quelli per lavoro superano il tetto del 10 per cento del totale (50.927: 21,1 per cento), mentre si attestano al 47 per cento i motivi di famiglia (113.455) e al 13,5 per cento i motivi di protezione (32.667, di cui 27.401 per richiesta d’asilo). Ma se l’aumento dei nuovi permessi per famiglia (+82,1 per cento) e richiesta di asilo (+112,3 per cento) è direttamente connesso alla riduzione dei blocchi alla mobilità, quello dei nuovi permessi per ottenuta protezione (poche migliaia, ma cresciuti di quasi 8 volte) e per lavoro (quasi quintuplicati) rimanda innanzitutto agli interventi normativi attuati: da un lato, a dicembre 2020, le nuove disposizioni sulle cosiddetta “protezione speciale” che, dopo l’abolizione della protezione umanitaria del 2018, hanno contribuito a elevare il tasso di riconoscimento delle richieste d’asilo (42 per cento in prima istanza, contro il 24 per cento del 2020); e, dall’altro, la regolarizzazione, indetta nel 2020 col “Decreto rilancio”, in favore dei lavoratori del comparto domestico e agricolo. Oltre i tre quarti dei nuovi permessi per lavoro rilasciati nel 2021 (38.715, il 76,0 per cento) si riferiscono, infatti, non a nuovi ingressi, ma all’emersione di lavoratori già presenti sul territorio nazionale.

Lavoro e capacità contributiva – In Italia i cittadini stranieri incidono più tra i lavoratori (10 per cento: 2.257.000 occupati su un totale nazionale di oltre 22,5 milioni nel 2021) che tra la popolazione nel suo complesso (8,8 per cento: 5.194.000 residenti su una popolazione totale di 59 milioni) e, rispetto al 2020, tra gli occupati sono cresciuti del 2,4 per cento. Inoltre, sebbene siano impiegati per un numero di ore più basso rispetto a quelle che sarebbero disponibili a lavorare (il 19,6 per cento degli occupati stranieri lavora in part time involontario – il 30,6 per cento tra le sole donne – contro 10,4 per cento degli italiani) e in lavori demansionati rispetto al livello di formazione acquisito (ben il 63,8 per cento svolge professioni non qualificate o operaie e la quota di sovraistruiti è del 32,8 per cento – 42,5 per cento tra le sole donne – contro il 25 per cento degli italiani), continuano a sostenere in misura rilevante l’economia nazionale. Da una parte, infatti, vivendo e lavorando in Italia, gli immigrati pagano le tasse, consumano e versano contributi: nel 2020 hanno pagato 5,3 miliardi di euro di Irpef, 4,3 miliardi di Iva, 1,4 miliardi di Tasi e Tari, 2,2 miliardi di accise su benzina e tabacchi, 145 milioni di euro per le pratiche di acquisizione di cittadinanza e di rilascio/rinnovo dei permessi di soggiorno. Inoltre, tra comunitari e non comunitari, hanno versato 15,6 miliardi di euro di contributi previdenziali, contribuendo al sistema pensionistico italiano. Ne deriva che il saldo netto tra uscite economiche (28,9 miliardi) ed entrate (30,2 miliardi) legate all’immigrazione è stato ancora una volta positivo di circa 1,3 miliardi di euro a vantaggio delle casse dello Stato. Dall’altra parte, gli stranieri in Italia continuano sempre più a fare impresa: le attività imprenditoriali a conduzione immigrata (642.638) costituiscono un decimo del totale (10,6 per cento) e sono cresciute dell’1,8 per cento (+11.481) rispetto al 2020, continuando un trend di ininterrotta espansione pure negli anni di crisi e di pandemia. Svolgono un’ampia gamma di lavori in campi economici ben definiti: sono il 15,3 per cento degli occupati nel settore degli alberghi/ristoranti, il 15,5 per cento nelle costruzioni, il 18 per cento in agricoltura e ben il 64,2 per cento nei servizi alle famiglie, dove quasi i due terzi degli addetti sono cittadini stranieri.

Gli immigrati nel mercato occupazionale – Nel 2021 il numero totale degli occupati in Italia è salito a 22.554.000 (+169mila e +0,8 per cento in un anno), di cui 2.257.000 cittadini stranieri (per il 42 per cento donne: 949.000), il 10 per cento dell’occupazione totale. Ciò nonostante, il numero complessivo dei lavoratori è di oltre mezzo milione più basso rispetto al 2019 (-2,4 per cento) e gli occupati stranieri, benché nel 2021 abbiano conosciuto una crescita (+2,4 per cento) più sostenuta degli italiani (+0,6 per cento), sono comunque rimasti a un numero in proporzione più basso rispetto al 2019 (-5,2 per cento rispetto a -2,1 per cento degli italiani), avendo conosciuto una più consistente perdita di occupazione nel 2020, anno di avvento della pandemia. Ancora più ampia è, nel 2021, la quota non recuperata di donne straniere occupate (-8,8 per cento rispetto al 2019, a fronte del -2 per cento delle italiane e del -2,3 per cento degli uomini stranieri), sebbene nello stesso anno siano tornate ad aumentare più di tutti (+2,8 per cento). Rispetto al 2020, essendo salito il numero di persone alla ricerca attiva di un lavoro, è diminuito il tasso di inattività (35,9 per cento italiano e 32,4 per cento straniero); contestualmente è salito il tasso della disoccupazione (+66mila disoccupati, pari a +2,9 per cento; tra i soli stranieri: +40mila e +11,9 per cento) e del relativo tasso (9,0 per cento italiano e 14,4 per cento straniero), la cui crescita (+0,2 per cento nel complesso) è dovuta quasi esclusivamente alla componente straniera (+1,1). In particolare, i disoccupati stranieri sono saliti a 379mila (per il 52,5 per cento donne: 199.000), il 16,0 per cento del totale dei disoccupati (erano il 14,7 per cento nel 2020 e il 15,0 per cento nel 2019). È significativo che, tra gli stranieri, l’incremento della disoccupazione femminile sia stato quasi triplo rispetto a quello maschile (+17,3 per cento a fronte di +6,4 per cento). A due anni dalla crisi pandemica sale anche la quota di disoccupati che cercano lavoro da almeno un anno: dal 52,8 per cento al 57,8 per cento tra gli italiani e dal 45,5 per cento al 51,5 per cento tra gli stranieri.

Reddito di cittadinanza – Nel 2021, su un totale nazionale di 5,6 milioni di persone in povertà assoluta (cioè non in grado di assicurarsi un paniere di beni ritenuti essenziali per vivere dignitosamente), pari al 7,2 per cento dell’intera popolazione in Italia, gli stranieri erano ben tre su dieci (il 29 per cento), ovvero 1,6 milioni, circa un terzo (32,4 per cento) di tutti quelli residenti nel Paese. Eppure, tra i 2.460.000 beneficiari del reddito di cittadinanza, gli stranieri incidono per appena il 12 per cento (quasi tre volte meno che tra i poveri assoluti), essendo solo poco più di 306.000, di cui 221.000 non comunitari. Per gli immigrati, infatti, il possesso di un permesso di lungo soggiorno (ottenibile dopo almeno cinque anni di soggiorno regolare e continuativo nel Paese) e una residenza legale ininterrotta di ben dieci anni costituiscono, ancora oggi, i requisiti di accesso alla misura nazionale contro la povertà.

L’immigrazione “climatica” in Italia – In Italia l’immigrazione è sempre più “climatica”. Nel 2021 i primi Paesi di origine delle persone arrivate nella nostra penisola erano tra quelli più colpiti da siccità e alluvioni. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), negli ultimi 15 anni i disastri naturali sono stati la causa principale della maggior parte degli sfollamenti interni. Solo nel 2021 sono stati registrati 23,7 milioni di nuovi sfollati per cause ambientali, contro i 14,3 milioni prodotti dai conflitti. Tra i Paesi più colpiti: Cina, Filippine e India. Secondo la Banca mondiale, entro il 2050 i migranti ambientali potrebbero arrivare a 220 milioni di persone.

Se si guarda ai flussi migratori verso l’Italia, le nazionalità dichiarate dai migranti sono riconducibili ai Paesi che maggiormente stanno soffrendo la pressione del cambiamento climatico. Nel 2021 tra i primi Paesi di origine troviamo: Tunisia, Egitto, Bangladesh, Afghanistan, Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Guinea, Pakistan e Iran. Parliamo di Paesi dipendenti dal grano russo e ucraino e aree del mondo allo stremo per la siccità intervallata da alluvioni, per l’innalzamento delle temperature medie e per le conseguenti carestie che stanno affamando decine di milioni di persone. A far crescere il numero degli sfollati, infatti, ci sono i conflitti disseminati in tutto il mondo, che non provocano solo morti, sfollati e distruzione di intere città, ma generano un forte impatto ecologico che peserà anche sulle future generazioni. Nel 2021, l’83 per cento dei rifugiati è stato accolto in Paesi a reddito basso o medio.

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