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Economia circolare: Italia leader in Eu ma non cresce

Non c’è più tempo, bisogna accelerare per poter affermare a livello globale un modello circolare di economia, indispensabile per tutelare il pianeta e l’interesse collettivo. È il messaggio che si è levato a gran voce nel corso della presentazione del quinto Rapporto nazionale sull’economia circolare, curato dal Circular economy network e in collaborazione con Enea, svoltosi a Roma mercoledì 16 maggio e organizzato proprio dal Circular economy network, Enea, con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, della Sicurezza Energetica, del ministero delle Imprese e del Made in Italy e della Commissione europea. Il Circular economy network, promosso da un gruppo di imprese e di organizzazioni in collaborazione con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, opera per sostenere il passaggio a un’economia circolare.

L’evento ha visto la partecipazione di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di Edo Ronchi, presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile, di Roberto Morabito, direttore Dipartimento sostenibilità̀ sistemi produttivi e territoriali Enea, di Laura D’Aprile, capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di Barbara Clementi, dirigente Divisione Economia Circolare, DG per la politica industriale, l’innovazione e le piccole e medie imprese del ministero Imprese e Made in Italy, di Katia Da Ros, vicepresidente Ambiente, Confindustria, di Stefano Ciafani, presidente Legambiente e di Giorgio Graziani, segretario Confederale Cisl.

La necessità di dare una svolta e velocizzare il processo di transizione ecologica, ha accomunato tutti gli interventi dei relatori che si sono susseguiti sul palco del Nazionale Spazio Eventi, motivati dai dati emersi dal Rapporto. Il tasso di circolarità nell’economia mondiale sta diminuendo: in cinque anni si è passati dal 9,1 per cento al 7,2; ovvero: gli abitanti della Terra riciclano e riusano di meno. Il consumo dell’economia globale è 100 miliardi di tonnellate di materiali all‘anno. Secondo le stime, sono quantità destinate a crescere fino a raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli del 2015. Il passaggio all’economia circolare contribuirebbe a migliorare le condizioni del pianeta perché l’estrazione di materiale vergine potrebbe diminuire di oltre un terzo (-34 per cento) e le emissioni di gas serra potrebbero essere ridotte contenendo l’aumento della temperatura globale entro i 2°C, salvaguardando insostituibili ecosistemi fondamentali per la vita della Terra. Ci sarebbero anche consistenti benefici economici. A partire da un importante contributo alla lotta contro l’inflazione che viene alimentata dai rincari del costo dei materiali e dell’energia: le strategie mirate al recupero di materia ed energia hanno un evidente effetto deflattivo.

“Occorre accelerare, anche per combattere l’inflazione: se il costo delle materie prime e delle risorse aumenta, la circolarità è una risposta concreta alla crisi. Per questo è fondamentale dotarci di tutti gli strumenti utili per sviluppare pienamente l’economia circolare – ha dichiarato Edo Ronchi, presidente del Circular economy network (CEN). “In particolare, come Circular economy network, chiediamo di rispettare il cronoprogramma di attuazione della Strategia nazionale per l’economia circolare e recepire tempestivamente le misure europee, rafforzare il sostegno alle imprese, prevedere misure di fiscalità ecologica nella legge delega. È necessario inoltre sviluppare l’economia circolare delle materie prime critiche, garantire la realizzazione degli impianti previsti dal Pnrr, accelerare i tempi di realizzazione degli impianti di riciclo e dei ‘progetti faro’ già finanziati, per colmare il gap tra Centro-Sud e Nord e garantire un’adeguata dotazione impiantistica. Sui rifiuti è essenziale dare piena attuazione al Programma nazionale di gestione dei rifiuti, aggiornare entro fine anno i Piani regionali per raggiungere gli obiettivi di riciclo e riduzione dello smaltimento in discarica previsti dalle direttive Ue, accelerare e semplificare le normative sull’End of Waste, sviluppare la simbiosi industriale, nonché adottare il programma nazionale di prevenzione dei rifiuti”.

L’Italia, che rientra tra le prime cinque economie dell’Ue, rimane comunque il Paese più circolare d’Europa, anche se negli ultimi cinque anni perde posizioni mentre altri Stati accelerano. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali in Italia è al 18,4 per cento, resta più alto della media UE (11,7 per cento) nel 2021 – ultimo dato disponibile – ma eravamo al 20,6 per cento nel 2020 e al 19,5 per cento nel 2019. Per la produttività delle risorse, insieme alla Francia, l’Italia è davanti alle altre principali economie europee con 3,2 euro generati per ogni chilogrammo di materiale consumato e anche nella percentuale di riciclo sul totale dei rifiuti prodotti, speciali e urbani, siamo in testa con il 72 per cento. Nella classifica complessiva della circolarità delle cinque principali economie europee (Italia, Germania, Francia, Spagna e Polonia) il nostro Paese rimane dunque leader, ma nella tendenza degli ultimi cinque anni perdiamo posizioni: la Spagna ci segue a ruota e sta tenendo un ritmo di cambiamento più veloce dell’Italia. La percentuale di riciclo dei rifiuti nel 2020 è stata del 53 per cento in Europa e del 72 per cento in Italia, uno dei tassi di riciclo più alti nell’Ue. Rispetto alle altre principali economie europee, l’Italia nel 2020 ha consolidato il suo primato, superando di circa 17 punti la Germania. Il tasso di crescita negli ultimi dieci anni è invariato per l’Ue, mentre è salito di +8 per cento in Italia e +3 per cento in Spagna.

Meno positivo per il Belpaese l’andamento del tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo (il rapporto tra l’uso circolare di materia e l’uso complessivo, cioè da materie prime vergini insieme a materie riciclate). Nel Vecchio Continente nel 2021 questo valore è stato in media dell’11,7 per cento, – 0,1 per cento rispetto al 2020. Per la prima volta l’Italia nel 2021 ha subito un calo, attestandosi al 18,4 per cento (2,2 per cento in meno rispetto all’anno precedente), perdendo il primato tra le cinque principali economie europee, superata dalla Francia, in testa con 1,4 punti per cento in più.

Con uno sguardo anche ai numeri delle aziende che svolgono attività di riparazione, si scopre che nel 2020 l’Italia, con quasi 24.000, è al terzo posto tra le cinque economie più importanti d’Europa, dietro alla Francia (35.300 imprese) e alla Spagna (29.100). Negli ultimi dieci anni, però, le nostre aziende sono diminuite: 2.622 in meno rispetto al 2011, quasi -10 per cento. Calano anche in Polonia, mentre crescono in Spagna, Francia e Germania.

Se si considera il valore della produzione generato dalle aziende, in Italia supera i 2,1 miliardi di euro (+122 circa rispetto al 2011), dietro alla Francia (4,5), a pari merito con la Spagna e davanti alla Germania (2). Gli addetti nelle imprese di riparazione operanti in Italia nel 2020 sono quasi 10.800 (in calo di circa 1.500 rispetto al 2019 e di 2.300 circa sul 2011), mentre Germania, Spagna e Francia impiegano un numero di addetti più che doppio rispetto all’Italia.

“L’Italia importa oltre il 99 per cento di materie prime critiche, mostrando una dipendenza dall’estero ancora più drammatica di quella europea – ha spiegato Roberto Morabito, direttore del Dipartimento Enea di Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali. “Le materie prime critiche sono fondamentali per le filiere hi-tech più legate alla transizione energetica, circolare, digitale e alla qualità della vita in generale. A seguito delle emergenze degli ultimi anni, la richiesta di materie prime a livello globale si è bruscamente impennata, così come il loro prezzo, determinando un aumento del rischio di approvvigionamento con conseguente impatto negativo sulla competitività delle nostre filiere produttive, che rappresentano oltre il 30 per cento del Pil nazionale. Per un Paese come l’Italia, decisamente più povero di materie prime rispetto ai principali competitor, è ineludibile puntare sulla circolarità, dall’eco-design dei prodotti al recupero e riciclo, sfruttando le nostre miniere urbane, che sono la fonte potenziale di materie prime critiche più prontamente accessibile”.

Dieci le proposte del Circular economy network per l’attuazione della strategia nazionale per l’economia circolare:

1. Rispettare il cronoprogramma e recepire tempestivamente le misure dell’Unione europea

2. Rafforzare il sostegno agli investimenti delle imprese

3. Prevedere misure di fiscalità ecologica nella legge delega

4. Sviluppare l’economia circolare delle materie prime critiche

5. Garantire la realizzazione degli impianti previsti dal Pnrr

6. Dare piena attuazione al Programma nazionale di gestione dei rifiuti

7. Istituire nuovi sistemi EPR

8. Accelerare e semplificare le normative sull’End of Waste

9. Sviluppare la simbiosi industriale

10. Promuovere la prevenzione e la riduzione dei rifiuti

Sempre in occasione della Conferenza sull’economia circolare è stata presentata un’indagine, realizzata da Cen e Legacoop in collaborazione con Ipsos, su un campione rappresentativo di cittadini, che conferma l’interesse degli italiani per l’economia circolare.

Negli ultimi tre anni, infatti, quasi un italiano su due (il 45 per cento degli intervistati) ha acquistato un prodotto usato e uno su 3 (il 36 per cento del campione) un prodotto ricondizionato o rigenerato. Oltre l’80 per cento delle persone intervistate pensa che ridurre il packaging sia importante. Leasing, noleggio e sharing sono utilizzati più della media (+ 10-11 per cento) dalla fascia di popolazione di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Gli under 30, però, sono i più scettici circa le proposte per incentivare un approccio più circolare alle scelte d’acquisto, hanno poca fiducia nella capacità di migliorare la governance del settore.

Il sondaggio è stato illustrato da Mattia Granata, Centro studi Legacoop, con Simone Gamberini, presidente Legacoop, che hanno dialogato di scelte dei consumatori con Marco Frey, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa.

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